Come vincere premi in denaro partecipando ai concorsi fotografici

Come vincere premi in denaro partecipando ai concorsi fotografici

“A volte può spaventare l’idea di scrivere una domanda di partecipazione a un concorso, ma devi assolutamente farlo.”  –  Michael Vince Kim

I concorsi rappresentano una parte sempre più importante dei fondi che vengono messi a disposizione per sviluppare progetti fotografici. Ma vincerne uno può essere molto difficile.

ViewFind ha intervistato alcune persone che rappresentano entrambi i lati del mondo dei concorsi fotografici. La finalità è scoprire insieme che cosa funziona bene in una domanda di partecipazione a un concorso e che cosa, invece, bisognerebbe evitare di fare.

Innanzitutto, ti sveleremo cosa pensano tre dei più importanti giudici di concorsi fotografici mentre valutano i lavori ricevuti:

SARA TERRY è fondatrice dell’Aftermath Project. E’ una scrittrice professionista, regista e fotografa documentarista. Nell’arco degli ultimi 15 anni stima di aver vinto quasi 1 milione di dollari partecipando a concorsi.

MIKE DAVIS è il direttore della branca di Fotografia Documentaristica dell’Alexia Tsairis Foundation e docente alla Newhouse School della Syracuse University. Ogni anno dirige il concorso dell’Alexia Foundation.

E’ stato anche uno dei giudici del concorso inaugurale di ViewFind, con il tema “Storie sull’identità etnica”.

KENNY IRBY ha lavorato alla facoltà di giornalismo visivo e diversità del Poynter Institute dal 1995 al 2015 e prima ancora è stato vicedirettore del Newsday. Di recente è stato nominato Direttore degli Interventi per la Comunità di S. Pietroburgo, lavorando con giovani a rischio.

Anche lui è stato chiamato per fare il giudice del primo concorso di ViewFind.

Poi parleremo con tre dei vincitori del concorso, affrontando il discorso dal punto di vista del partecipante:

DANIELLA ZALCMAN  – “Segni della tua identità”

MICHAEL VINCE KIM  –  “Coreani del Kazakistan”

JONAH MARKOWITZ  – “Tre borse piene”

Infine, ti faremo vedere due vere proposte vincitrici di concorso!

Daniella e Michael ci hanno gentilmente permesso di condividere le proposte con cui hanno vinto il concorso di Viewfind.

Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz
Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz

Sara Terry

Ci sono diversi argomenti di cui mi è stato chiesto di parlare. Il primo è: quali informazioni dovresti raccogliere per assicurarti che la tua proposta abbia possibilità di vincere?

La prima cosa che dovresti fare è cercare di capire la natura dell’organizzazione che lo organizza.

Per i concorsi dell’Aftermath Project, che sono incentrati sul tema delle conseguenze dei conflitti, ti stupiresti di sapere quanto spesso riceviamo proposte incentrate sull’ambiente o su altri temi che non rientrano nella nostra specifica definizione di “conflitto”.

Una delle cose che puoi fare senza timore, con ogni organizzazione seria, è contattare gli organizzatori per chiedere: “Questo tema rientra nei vostri criteri?”. Mi raccomando di contattarli con il dovuto anticipo, evitando di farlo nelle ultime 72 ore disponibili, perché se chiedi all’ultimo minuto probabilmente otterrai risposte meno precise.

Informati anche sui precedenti vincitori. Noi di Aftermath Project siamo un’organizzazione piccola, abbiamo appena concluso il nostro decimo concorso. Soprattutto all’inizio, rimanevo sempre molto stupita di quante persone inviassero le loro proposte senza avere idea di chi avesse vinto l’anno prima.

E’ molto raro che un’organizzazione crei un concorso basato sullo stesso soggetto per due anni di fila. Quindi, un’ottima strategia è informarti sullo storico dei concorsi tenuti da quell’organizzazione.

C’è stato un periodo nel quale, se ti fossi informato adeguatamente sul Dorothea Lange-Paul Taylor Prize della Duke University, ti saresti subito reso conto che un anno bandivano un concorso per un progetto da realizzare negli Stati Uniti, e quello successivo per un progetto internazionale.

Sono andati avanti così almeno per dieci anni di fila, e se avessi voluto partecipare in quel periodo e avessi visto che l’ultimo progetto era incentrato sugli Stati Uniti avresti saputo già in partenza che il concorso seguente sarebbe stato internazionale, e se nel mentre avessi preparato un lavoro a tema Stati Uniti non avresti avuto speranze.

Credo che ora le cose siano cambiate, è difficile a dirsi, ma è solo una parte delle informazioni che puoi ricavare facendo le dovute ricerche sui temi dei concorsi degli anni precedenti.

Ho vinto il premio in denaro messo in palio dall’Alicia Patterson Foundation con il mio progetto “Dopo la guerra: la lunga strada della Bosnia verso la pace” a fronte di diversi tentativi.

La prima volta l’ho inviato in un periodo in cui il premio andava quasi sempre a giornalisti, solo ogni tanto capitava lo vincesse un fotografo. Quando non ho vinto ho deciso subito di ritentare, pensando: “Stavolta mi informerò meglio sul concorso”.

Quella volta, nel tema avevano scritto specificatamente di stare cercando progetti che presentassero un modo nuovo di riportare le notizie, dato che il concorso dell’Alicia Patterson Foundation è nato dal percorso professionale di una donna che lavorava nel mondo della carta stampata e del giornalismo.

Quindi, ho rivisto la mia proposta e ho deciso di presentare quattro storie specifiche, spiegando chiaramente come il mio lavoro volesse andare a colmare un bisogno lasciato insoddisfatto dai più comuni mezzi di comunicazione. Quello è stato l’anno in cui ho vinto il premio.

Ovviamente anche la fotografia è molto importante, ma se il tema che porti è veramente adatto e ben documentato ti condurrà almeno alle fasi finali della selezione.

All’Aftermath Project, la prima cosa che facciamo è scartare le domande in cui le fotografie non sono di buon livello.

Poi proseguiamo concentrandoci sull’impatto delle immagini e sulla loro comunicatività, e quando arriviamo a circa 40 o 50 progetti si passa a valutare la fondatezza del tema.

Quando si arriva a quei 10-15 finalisti, ciò che ci conduce alla scelta è un misto tra la qualità della proposta, la sua coerenza con il tema del concorso e quello che abbiamo deciso di premiare negli anni precedenti.

Inoltre, non smettere mai di partecipare a concorsi nei quali potresti vincere fondi per sostenere le tue attività.

Narra la leggenda che Mary Ellen Mark abbia ottenuto il Guggenheim dopo il suo quattordicesimo tentativo.

Conosco persone che si arrendono dopo la prima volta, e la mia reazione è sempre: “No, no, no! Insisti!”

Una volta io ho provato con il mio lavoro sulla Bosnia e non ce l’ho fatta. Poi ho provato con il mio lavoro sull’Africa e non ce l’ho fatta di nuovo. Ho ritentato un’altra volta con il lavoro sull’Africa, ed è allora che ho vinto il Guggenheim.

E quello che ho notato sul Guggenheim è che cercano lavori che esprimano sicurezza. Vogliono vedere che sei ad un punto di svolta nella tua professione e nella tua carriera, e devi essere abile nello spiegare perché tu stia proponendo loro un progetto importante.

Un altro tema che mi è stato chiesto di affrontare è se sia consigliabile o meno andare a parlare con i giudici. No, non cercare mai di entrare in contatto con loro direttamente. Ma puoi parlare con altri fotografi, in particolare con quelli che hanno vinto in passato altre edizioni.

Dalla proposta “Segni della tua identità”, di Daniella Zalcman
Dalla proposta “Segni della tua identità”, di Daniella Zalcman

Mike Davis

Mi occupo del concorso dell’Alexia Foundation, il che significa che ho appena finito di valutare 198 proposte inviate da professionisti e sto per iniziare a leggere anche tutte quelle inviate dagli studenti, nonché visionare le immagini inviate con ogni proposta.

Una cosa importante da sottolineare è che il nostro scopo non è quello di dare un riconoscimento al lavoro che è stato svolto fino a quel punto e che ci viene mostrato nella domanda di partecipazione. Piuttosto, il nostro intento è quello di valutare come potrebbe essere il risultato nella sua interezza, una volta completato grazie ai fondi elargiti dal concorso.

Cosa rende una proposta migliore di altre?

O, considerando la situazione da un altro punto di vista, quali elementi portano rapidamente un progetto ad essere scartato?

Non è un mistero che le partecipazioni che presentano immagini di qualità inferiore, con un’elaborazione scarsa e sequenze non ottimali sono le prime ad essere messe da parte.

Ma questo vale anche per le proposte che non sono concise, chiare e fondate.

Una delle mie abitudini è quella di fare attenzione alle proposte in cui l’autore usa il termine “io”, o “mio”, più di 3 volte. Ci sono lavori in cui quasi ogni frase inizia con “io” o “il mio”, lanciando il messaggio che il fotografo sia più importante del soggetto fotografato, mentre dovrebbe essere il contrario.

Dovresti essere consapevole di quello che fai e di cosa stai sottoponendo alla nostra attenzione, mostrando nel tuo lavoro passione ed empatia verso i temi trattati.

Ecco alcuni consigli generali che posso dare alle persone che intendono partecipare a un concorso:

innanzitutto, come diceva Sara, è importante capire le specifiche del concorso a cui ti stai iscrivendo, cosa hanno premiato in passato e quale sia l’obiettivo dell’organizzazione. Tutti questi elementi ti aiutano a renderti conto se la tua proposta sia appropriata per il tema, oltre che ad affinare il tuo lavoro per renderlo più chiaro e preciso.

Il tuo pubblico saranno i giudici e, generalmente, non sai chi saranno. Per questo motivo devi cercare di far sentire bene la tua voce.

Il mio primo suggerimento è quello di raccontare la storia del soggetto che vai a illustrare con le tue fotografie.

Conduci le persone che leggeranno la tua proposta in un luogo e legali emotivamente a quel posto, al lato umano del racconto.

Se alle persone che valuteranno il tuo lavoro non importa di sapere quello che stai per mostrare loro fin dal primo istante, diminuirai le tue possibilità di vincere.

Il secondo consiglio è quello di raccontare loro l’importanza della tua storia.
Sottolinearne il valore presenterà il tuo lavoro in una luce migliore.

Il terzo suggerimento è quello di raccontare loro come realizzerai la tua proposta.
Un elenco puntato generalmente funziona molto bene per elencare i modi in cui intendi esporre il tema.

Infine, man mano diventa sempre più importante spiegare cosa succederebbe a seguito della tua vittoria. Ci aspettiamo affermazioni come: “Sto intessendo una collaborazione con un’organizzazione no profit”, o “Sto lavorando a una pubblicazione”, “Sto mettendo in atto una mostra” o cose simili.

Più il fotografo ha considerato questi elementi e iniziato ad avviare le cose, più è probabile che ottenga una risposta positiva.

Nel caso del concorso Alexia, succede davvero raramente che una proposta venga premiata se il fotografo non ha ancora iniziato il progetto.

Si tratta di giocare su un equilibrio molto sottile.
È importante mostrare che hai già ampiamente approfondito il tema, che hai ottenuto fiducia da parte di altre persone e che conosci l’argomento al punto da poter produrre un lavoro approfondito e interessante.

Ma contemporaneamente, devi evitare affermazioni del tipo “Sì, ho bisogno di ancora un po’ di tempo per finire, e con i soldi che mi avanzeranno stamperò un libro”, o qualcosa del genere. L’obiettivo del nostro fondo è quello di finanziare lavori, ma il trucco è saper trovare il punto di mezzo tra aver prodotto abbastanza su quel progetto, ma non troppo.

Molti concorsi chiedono di presentare “fino a un massimo n immagini”: in questo caso la parola chiave è “fino a”. Molte persone interpretano questa formula come un obbligo, e spesso ci troviamo di fronte a proposte che comprendono un numero alto di immagini, ma di bassa qualità. Questo può mettere in cattiva luce anche le fotografie più interessanti.

Anche la scelta e l’ordinamento delle fotografie è estremamente importante.

Sono 30 anni che lavoro nell’editing, e secondo me è quasi una forma d’arte. Se non dai alla tua sequenza un ordine pensato, attento e fortemente visivo diminuisci drasticamente le tue possibilità di vincere.

Molte persone ordinano le loro immagini sulla base delle didascalie (“Voglio che capiate questo e questo, poi questo e poi quest’altro”), il che di solito è un modo molto noioso di presentare le fotografie. Suggerisce scarsa attenzione da parte del fotografo e, in generale, poca cura nella presentazione.

Allo stesso modo, anche titoli e didascalie sono importanti. Dovrebbero raccontare una storia che va ben oltre la semplice descrizione del contenuto dell’immagine. Ogni testo dà l’opportunità di dare alla fotografia un contesto o di svelarne aspetti non immediatamente visibili.

Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz
Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz

Kenny Irby

Vorrei sottolineare quel che ha già affermato Mike sull’importanza dello scrivere e, in particolare, riguardo alla chiarezza nella scrittura, dato che è collegata all’invio della proposta.

Quando ho giudicato i progetti per il concorso ViewFind, per noi è stato molto importante che il partecipante riuscisse a spiegare chiaramente cosa stesse cercando di fare e a darci un’idea di come sarebbe potuto risultare il lavoro in prospettiva.

Così facendo, dai modo a noi giudici di capire come il lavoro possa svilupparsi ulteriormente e delle tue possibilità di portarlo a termine. Nel caso del nostro concorso, è davvero importante anche rendersi conto che il concetto di “diversità” non si applica solo a una diversa categoria (di persone, situazioni ecc.), ma è anche una strategia pratica che consiste nell’andare al di là dell’ordinario.

Quindi, il tema della diversità si può intendere non solo come soggetto, o come tema e contenuto, ma anche nell’approccio.

In questo caso il mio ruolo è quello di dare consigli ai partecipanti e farli riflettere su come attrarre maggiormente l’attenzione, al di là delle fotografie.

Perché, come ha già anticipato Mike, le immagini si raccontano da sole, offrono una prospettiva, ma non possono presentare da sole tutto il contesto, ed è qui l’importanza di quello che scrivi nella tua domanda di partecipazione.

Infondere riflessioni approfondite e sfumature è importante, così come raggiungere un adeguato livello di dettaglio. Se guardi ai vincitori, si tratta sempre di persone che hanno studiato approfonditamente il tempo necessario, la logistica, le possibilità di proseguire il progetto, la presentazione e molte altre cose.

E’ fondamentale fare una ricerca adeguata, che aggiunga concretezza all’idea visiva.

Abbiamo bisogno di vedere che le immagini e le idee che i nostri partecipanti ci propongono siano attuabili, in termini di progetti pratici e stime reali di cosa e quanto ci possa volere per mettere in atto l’idea e mostrarla ad altre persone.

Nel nostro concorso, i partecipanti che hanno inserito in proposta anche un’analisi del budget a disposizione sono stati valutati molto favorevolmente e sono passati facilmente al livello di valutazione successivo.

Dalla proposta “Segni della tua identità” di Daniella Zalcman
Dalla proposta “Segni della tua identità” di Daniella Zalcman

Daniella Zalcman

Allo stato attuale, almeno il 70% dei lavori che svolgo sono finanziati da fondi ottenuti vincendo concorsi.

Scrivo dozzine e dozzine di progetti all’anno, di cui circa il 10% forse arriva a vincere.

La proposta iniziale che ho messo insieme per questo progetto era per il Pulitzer Center on Crisis Reporting, che sostiene la maggior parte dei miei lavori. In questo caso si è trattato di una breve presentazione da 250 parole, ma altre volte è capitato di scriverne anche 1500 o 2000.

A volte vogliono qualcosa di rapido e incisivo, molto conciso, altre volte vogliono che scavi a fondo e fornisca tutte le informazioni possibili sul tema e sul contesto da te scelto.

Per me, uno degli aspetti più complicati non è solo riuscire a spiegare cosa mi interessi in un certo soggetto, ma anche riuscire a esprimere perché possa interessare a chiunque altro: spesso si tratta di due cose molto diverse.

Secondo me è molto importante riuscire a spiegare non solo perché una storia in generale meriti di essere raccontata, e perché meriti più attenzione di quella ricevuta sino a quel momento, ma anche per quale motivo ti interessa essere la persona che racconterà quella storia.

Penso che questa cosa abbia sempre più peso, man mano che passa il tempo, perché ci sono sempre più persone che parlano di sè nelle loro proposte e nei loro lavori, perciò per i giudici è diventato sempre più importante e significativo capire chi sei, e chi sei in qualità di reporter e professionista, nell’ambito della storia che vai a raccontare nel tuo progetto.

Anche io vorrei sottolineare quello che ha detto Mike, consigliando di evitare di calarsi troppo nel progetto. Non bisogna focalizzare l’attenzione su di sè, non è su questo che deve incentrarsi la proposta, ma bensì sull’assumere la prospettiva del soggetto di cui andiamo a parlare.

Ho visto troppi progetti in cui il partecipante parla di sè invece che delle ricerche che avrebbe dovuto fare. Questo distrae molto l’attenzione dal tema della tua proposta.

Credo sia davvero importante mostrare che conosci approfonditamente il tema del tuo lavoro, conosci i fatti di cui vuoi parlare e hai risorse ed esperienza tali da poter scavare ancora più a fondo.

Dalla proposta "Gli orgogliosi coreani del Kazakistan" di Michael Vince Kim
Dalla proposta “Gli orgogliosi coreani del Kazakistan” di Michael Vince Kim

Michael Vince Kim

Cosa ho imparato nell’inviare domande di concorso? La cosa più importante è assicurarti che il tuo progetto risponda ai requisiti richiesti, perché non tutti si concentrano sulle stesse cose.

Quindi devi sicuramente partire dal leggere con attenzione le specifiche del concorso, verificare che tipo di lavoro stiano cercando i giudici. Nel caso del concorso di ViewFind il tema era l’identità etnica, e per fortuna il mio progetto era perfettamente allineato.

Un’altra cosa che ho imparato è che è davvero importante mostrare il tuo interesse e la tua passione per il tema che stai affrontando, come ha detto prima Daniella.

Nel mio caso, il lavoro sui coreani del Kazakistan è molto personale, perché i miei genitori sono immigrati coreani che hanno viaggiato in tutto il mondo per motivi economici, e ho scoperto questa storia mentre stavo facendo una ricerca per la mia tesi in Linguistica.

Quindi, ho deciso di fare un viaggio in Kazakistan lungo due mesi, completamente scollegato dalla fotografia perché mi stavo concentrando sulla lingua e la storia. In quel mentre ho raccolto molte immagini, e credo che dalla mia domanda si possa concludere subito che ho fatto ricerche approfondite sul tema.

A volte può spaventare l’idea di scrivere una domanda di partecipazione a un concorso, ma devi assolutamente farlo. E’ fondamentale che tu rifletta sulla tua identità di fotografo, sul significato del tuo lavoro e sul perché sia importante che la storia che vuoi rappresentare venga raccontata.

Dal lavoro “Tre borse piene” di Jonah Markowitz
Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz

Jonah Markowitz

Sono uno dei vincitori del concorso, con una storia incentrata su un ragazzo che si chiama Tavaris Sanders e il suo percorso, dalle case famiglia di Chicago sino alla vittoria di una borsa di studio al College del Connecticut, l’ambiente in assoluto più diverso ed estraneo possibile per lui.

La domanda a cui mi hanno chiesto di rispondere è: cosa credi abbia contribuito al successo del tuo lavoro?

Innanzitutto credo che l’impatto della storia di Tavaris abbia contribuito fortemente al successo della mia domanda. Nel mio lavoro volevo lasciare che fosse Tavaris a raccontare la sua storia con parole sue, e fare in modo che le mie fotografie segnassero lo snodarsi del racconto.

La sua voce ha fatto da guida e narratore attraverso l’intero progetto. Ho ritenuto fin da subito che questo fosse il modo migliore per raccontare la sua storia. Ho anche incluso nella mia proposta una relazione dettagliata su costi e spese.

Ho lavorato su questa domanda di partecipazione per diverso tempo e ho un’idea piuttosto precisa sia della storia che di come vorrei raccontarla. Quindi sono stato in grado di specificare punto per punto come i soldi sarebbero stati investiti e come mi avrebbero permesso di illustrare i miei contenuti.

Dalla proposta "Gli orgogliosi coreani del Kazakistan" di Michael Vince Kim
Dalla proposta “Gli orgogliosi coreani del Kazakistan” di Michael Vince Kim

Michael, come riesci a racchiudere un’intera proposta in sole 500 parole, o anche meno?

Michael: scrivere molto è facile, ma è molto importante saper essere concreti e definire i propri intenti, cercando di ridurre al minimo tutto quello che non è fondamentale. Devi andare al nocciolo della questione: cosa vuoi raccontare?

Non si tratta solo del soggetto, ma del tema sul quale vai a costruire il tuo lavoro. Parti dal tema centrale del tuo lavoro e lentamente il progetto inizierà a svolgersi da solo, o almeno questo è quel che succede di solito a me.

Jonah, hai scritto la tua proposta raccontandola in prima persona?

Jonah: No, ho incentrato la mia domanda di partecipazione incentrandola sul tema del mio racconto. All’interno della mia domanda ho scritto la sezione che descriveva la storia basandomi sulle trascrizioni delle interviste che ho fatto a Tavaris.

Kenny, cosa ne pensi dello stile di scrittura della proposta di Jonah?

Kenny: La sua domanda di partecipazione offriva una chiara visione delle relazioni che aveva stabilito con le persone coinvolte con il suo progetto, nonché una proiezione dei suoi possibili sviluppi, che in parte aveva già dimostrato attraverso le immagini raccolte.

Questo è l’elemento più importante che un giudice si trova a valutare: non quello che hai fatto, ma ciò che andrai a fare procedendo nel progetto.

Jonah, quanto tempo hai trascorso con il tuo soggetto prima del concorso?

Jonah: Ho trascorso quasi un anno intero seguendolo al college per fotografarlo. Vorrei aprire una parentesi sul nostro rapporto: questo lavoro non è nato da un fotografo che ha avuto l’idea di raccontare la storia di questo ragazzo.

La storia ha iniziato ad emergere quando un nostro amico comune, che a sua volta è cresciuto a Brooklyn in una casa famiglia, mi ha chiesto di andare lì e cercare di costruire un ponte tra questi due mondi. Abbiamo trascorso del tempo insieme, cercando di stabilire un rapporto tra di noi prima che gli chiedessi il permesso di fotografarlo e di raccontare la sua storia.

Sara, la proposta dovrebbe essere impostata con un taglio più personale o giornalistico?

Sara: Ci può essere un’unione delle due cose quando si tratta di un progetto che narra un tema personale.

Per esempio Jessica Hines, una delle nostre finaliste di due anni fa, aveva portato un progetto chiamato La Guerra di mio Fratello, incentrato sulla storia di suo fratello, un veterinario che si è suicidato. Nel caso di un tema così profondamente personale, è assolutamente appropriato fare in modo che i giudici capiscano che si tratta di una storia personale.

Poi ci sono anche storie dal taglio più giornalistico, per esempio il lavoro Frazier’s Pine Ridge, di Danny Wilcox, il quale ha descritto in modo molto interessante la riserva indiana di Pine Ridge dal punto di vista del conflitto, analizzando i traumi residui ancora in corso derivati dagli eventi che hanno colpito la popolazione indiana.

Ha parlato del massacro di Wounded Knee ed è stato abile nell’illustrare come le sue conseguenze permangano ancora oggi.

Quindi, dipende molto dal progetto. Sicuramente puoi immergerti nel contesto, ma se si tratta di una proposta basata su un qualche problema, invece che su un percorso personale, forse è meglio evitare di parlare troppo di te stesso.

Sara e Kenny, per quanto riguarda le proposte basate su fotografie, che equilibrio si dovrebbe mantenere tra la quantità di lavoro già completato e quello ancora da svolgere?

Sara: La maggior parte dei concorsi si basa sull’idea di sponsorizzare i fotografi perché possano produrre i propri lavori, perciò non avrebbe senso inviare un progetto già completo. Vogliamo farci un’idea di quel che vorresti realizzare, anche se ancora non sei riuscito a farlo.

Kenny: Per noi la tua proposta è un po’ come un segnale che indica quanto tu sia in grado di muoverti in situazioni simili, così da capire quanto tu abbia sviluppato la tua abilità nel creare reportage fotografici.

Kenny e Sara, è vero che nella prima selezione i giudici guardano solo le prime tre immagini? Ha senso sacrificare la coerenza per presentare all’inizio, come prime tre foto, le immagini più d’impatto, anche se non si tratta per forza della sequenza migliore per raccontare la storia in oggetto?

Kenny: La risposta più semplice è: parti con la tua immagine migliore. Se poi la sequenza delle foto è anche rilevante per quella che è la tua idea generale della storia, tanto di guadagnato. In alcuni casi è così, in altri no.

Secondo me, ciò che conta è soprattutto la capacità di dimostrare abilità nella narrazione. Stiamo cercando una storia, vogliamo vedere se nelle prime tre foto inizi già a raccontarla e riesci a dare all’osservatore un senso del racconto, del luogo e dei dettagli.

Sara: Se inizi lentamente e cerchi di costruire il senso della narrazione fino alla tua immagine migliore, a quel punto avrai già perso visualizzazioni. Inizia con il tuo scatto migliore.

Anche se questo potrebbe spezzare un po’ la linea narrativa del tuo lavoro, puoi dare alla tua proposta un taglio diverso da quello che sceglieresti per un lavoro da pubblicare, ma tutti i reportage che vengono pubblicati sulle riviste iniziano con la foto di maggiore impatto.

La prima cosa che facciamo è guardare le tue immagini. Non leggeremo le didascalie fino a quando non avremo selezionato il gruppo dei circa 30 lavori migliori.

Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz
Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz

Proposte che hanno vinto il concorso ViewFind:

Abbiamo chiesto a un paio di vincitori del nostro concorso “Storie sull’identità etnica” se volessero condividere la loro domanda di partecipazione, che è valsa loro la vittoria di 5000 dollari:

Segni della tua identità, di Daniella Zalcman

Dalla proposta “Segni della tua identità” di Daniella Zalcman
Dalla proposta “Segni della tua identità” di Daniella Zalcman

Negli anni intorno al 1840 il governo canadese varò un sistema scolastico di scuole residenziali dedicato alla popolazione indigena.

Questa rete di scuole, gestita dalle chiese, fu sviluppata per assimilare forzatamente i bambini indiani nella cultura occidentale canadese.

La frequenza era obbligatoria e degli agenti, specificatamente autorizzati ad avere contatti con gli indiani, visitavano regolarmente le riserve per prendere in consegna i bambini dell’età di due o tre anni e portarli via dalle loro comunità.

Molti di questi non avrebbero più visto le loro famiglie per l’intera decade successiva.

Gli studenti delle scuole residenziali venivano puniti se parlavano la loro madrelingua o se mantenevano qualunque tradizione indigena, erano quotidianamente oggetto di abusi fisici e sessuali e in alcuni casi estremi vennero sottoposti a esperimenti medici e sterilizzazione.

L’ultima scuola residenziale è stata chiusa solo nel 1996. Il governo canadese ha presentato la sua prima scusa formale per quanto commesso solo nel 2008.

L’impatto residuo di questi eventi sulla popolazione indigena del Canada è incommensurabile. Almeno 4000 bambini morirono all’interno di quel sistema, così tanti che ad un certo punto divenne consuetudine che le scuole residenziali avessero un proprio cimitero.

Quelli che sopravvissero, privati delle loro famiglie e della loro identità culturale, entrarono a far parte di una serie di generazioni perdute. I linguaggi scomparvero, le cerimonie sacre vennero criminalizzate e soppresse.

Il governo canadese ha oggi ufficialmente riconosciuto le scuole residenziali come genocidio culturale.

Il lavoro che ho realizzato negli ultimi anni, fino ad oggi, si concentra sull’impatto che ha su una persona il perdere la propria identità.

Un numero incredibile di sopravvissuti alle scuole residenziali (e le loro famiglie) è affetto da disturbo post-traumatico da stress, depressione e abuso di sostanze, e questa drammatica eredità porta con sè pesanti conseguenze sociali e in termini di salute pubblica, che devono essere documentate e condivise.

Queste fotografie realizzate con esposizione multipla sono un tentativo di ritrarre i sopravvissuti, che stanno ancora combattendo per superare i traumi legati ai ricordi delle esperienze da loro vissute nelle scuole residenziali.

Questi individui sono riflessi nei luoghi in cui sorgevano un tempo le scuole, nei documenti governativi tesi a forzare l’assimilazione strategica degli indigeni, nei luoghi dove oggi le Nazioni Unite faticano ad introdurre servizi che dovrebbero essere disponibili, di base, a tutti i cittadini canadesi. Questi sono gli echi dei traumi che permangono anche quando il processo di guarigione è iniziato.

Con il premio di Viewfind vorrei tornare a Saskatchewan (la regione in cui sorgeva l’ultima scuola residenziale che ha chiuso in Canada, oltre che il più famoso sito nel quale sono avvenuti abusi) per intervistare e fotografare altri 30 sopravvissuti, portando il numero totale dei soggetti a 80: uno per ogni 100 ancora in vita.

Spero anche di poter viaggiare in altri luoghi negli Stati Uniti in cui era in atto un sistema simile nel ventesimo secolo, non solo per documentare i sopravvissuti, ma anche per confrontare i modi in cui entrambi i governi stiano attualmente agendo per rimediare ai danni perpetrati nel tempo.

Grazie per l’attenzione.

Tre borse piene di Jonah Markowitz

Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz
Dalla proposta “Tre borse piene” di Jonah Markowitz

Uno studente appartenente a una minoranza etnica vive in un quartiere svantaggiato e ogni giorno cerca di superare i problemi che la vita quotidiana gli pone. Con duro lavoro e molta determinazione riesce infine ad iscriversi al college. Al sicuro, abbracciato dal verde del campus, la battaglia è vinta. Si apre un futuro migliore.

Fine.

Questo è il genere di storia che siamo abituati a sentire.

Anche Tavaris Sanders credeva ciecamente in questa storia, ma purtroppo molto presto ha dovuto realizzare che si tratta solo di una fantasia.

Tavaris è nato ed è cresciuto nel South Side di Chicago, un’area multietnica e malfamata, rimbalzando da una casa famiglia all’altra. A 14 anni è stato condannato dal tribunale a 6 mesi di carcere minorile. A 18 anni è riuscito a uscire dal liceo con il massimo dei voti e una borsa di studio per il college.

E’ lui stesso a iniziare a raccontare la propria storia partendo dalla fine di agosto del 2014, quando entrò al Connecticut College, pieno di fiducia e di voglia di socializzare. Dalla scuola media in poi il suo voto più basso era stato un A-. L’ho incontrato per la prima volta due mesi dopo e ho trovato un ragazzo solo, depresso e insicuro della propria carriera scolastica.

La cronaca dell’esperienza di Tavaris al college è uno spaccato significativo delle barriere etniche, culturali, educative che impediscono la mobilità socioeconomica nel 2015.

Oltre a questo, Tre Borse Piene è uno sguardo puntato su come, la cultura dei bianchi, sia un punto determinante per il successo e nel contempo impedisca un vero cambiamento nella situazione di disuguaglianza e razzismo che pervade gli Stati Uniti.

I prossimi passi per approfondire la storia di Tavaris saranno: a) mostrare il suo rapporto con il proprio fratello adottivo, Deonte. b) illustrare la cultura dominante del Connecticut College. c) documentare il rapporto di Tavaris con la danza, come ponte ad unire questi due mondi.

Tavaris e Deonte, il suo fratello adottivo, hanno un rapporto molto stretto. Deonte è stato arrestato a maggio scorso con l’accusa di aggressione ma, essendo senza soldi, per pagare la cauzione è rimasto in prigione per 6 mesi.

La pausa invernale degli esami di quest’anno sarà la prima occasione per Tavaris per ricongiungersi con suo fratello, da quando Deonte è stato arrestato.

Vorrei esplorare i modi in cui il loro rapporto si è evoluto alla luce dell’aver preso due direzioni molto diverse. In particolare, vorrei farlo analizzando come Tavaris sia sempre a cavallo di due mondi contrastanti. Sarà in grado di coesistere in questi due universi opposti?

Ho in progetto di ritornare al Connecticut College per illustrarne la raffinata cultura di matrice bianca, con cui Tavaris ha molta difficoltà a connettersi. Ho documentato la sua alienazione e il suo isolamento, ma non sono ancora riuscito a mostrare adeguatamente la cultura dominante del suo college.

Infine, vorrei esplorare il suo rapporto con la danza, che per lui è diventata un’occasione di sfogo e potrebbe essere la chiave che gli permetterà di unire i due mondi a cui appartiene.

Questa è la storia di Tavaris Sander. E’ la sua vita per come la sta vivendo, e non la mia. Per questo vorrei che fosse lui a continuare a raccontarla, con parole sue. Sarà Tavaris a creare le didascalie alle immagini che ho realizzato.

In questa proposta sto utilizzando estratti di un’intervista che abbiamo fatto insieme. Vi propongo degli esempi che ritengo illustrino bene come potrà comporsi il mio progetto, e con quale risultato.

In alcune di queste immagini ho inserito io delle didascalie, perché non c’è stata ancora l’occasione perché Tavaris le potesse creare. Però è mia intenzione usare commenti originali di Tavaris come didascalia in tutte le immagini del lavoro finale.

Articolo liberamente tradotto dall’originale: https://medium.com/vantage/how-to-win-a-photography-grant

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Lalez

Autore: Lalez

Traduttrice e programmatrice, appassionata di arte e di cultura, sono una persona molto curiosa e amo la conoscenza sotto tutti i suoi aspetti. Le mie città sono New York e Gion, in Kyoto. Il mio genere fotografico preferito è la street photography, accompagnato a un debole per i ritratti. Ho una vera passione per Photoshop, l'editing di immagini e tutto ciò che mi permette di "giocare" con le fotografie. Infine, amo il cielo azzurro. Sopra ogni cosa.

Fotografia no stress!

Iscriviti alla mailing list e ricevi la guida alla fotografia passo passo via email. E' gratis!

I tuoi dati personali sono trattati in conformità al D.Lgs 196/2003. Leggi la Privacy Policy.

Fotografia no stress!

Iscriviti alla mailing list e ricevi la guida alla fotografia passo passo via email. E' gratis!

I tuoi dati personali sono trattati in conformità al D.Lgs 196/2003. Leggi la Privacy Policy.

Chi c'è dietro FotoComeFare?



authorMi chiamo Alberto Cabas Vidani, sono un informatico per formazione e un fotografo per passione.


Ho fondato FotoComeFare nel 2010 per condividere le conoscenze che avevo acquisito e che continuo ad acquisire su fotografia digitale e fotoritocco.


Voglio rendere queste conoscenze accessibili a chiunque, anche ai principianti assoluti.


Per contattarmi, vai alla pagina dei contatti.


Privacy Policy

© 2010-2014 FotoComeFare, tutti i diritti riservati / Cabas Vidani Alberto, vicolo della Sedima, 23 - 34076 Romans d'Isonzo (GO)
P.IVA 01139850315, CF CBSLRT82C07F356B, numero REA GO-75162
N° fax +3904811901128

FotoComeFare partecipa al Programma Affiliazione Amazon Europe S.r.l., un programma di affiliazione che consente ai siti di percepire una commissione pubblicitaria pubblicizzando e fornendo link al sito Amazon.it. Sprintrade network.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. maggiori informazioni