5 lezioni da Gianni Berengo Gardin sulla fotografia

5 lezioni da Gianni Berengo Gardin sulla fotografia

“Io non sono un artista, io documento”.

Lo ripete volentieri Gianni Berengo Gardin a tutti coloro che oggi lo considerano, a ragione, il maestro per eccellenza della fotografia italiana. D’altronde il fotografo ligure, nato in provincia di Genova nel 1930, inizia la sua carriera proprio come giornalista della carta stampata.

“Facevo il giornalista aeronautico e mi servivano delle fotografie per corredare i miei pezzi”. È la metà degli anni cinquanta e Berengo Gardin inizia così la sua straordinaria documentazione dell’Italia.

Il grande passo verso la fotografia è frutto di casualità. Una casualità che ha un nome e un cognome: Leo Longanesi.

“Lo incontrai per caso. Io stavo mostrando in un bar di Milano alcune mie immagini a un amico. Longanesi, che era a un tavolo vicino, allungò il collo e mi disse che erano belle e che se gliele avessi portate l’indomani al giornale le avrebbe acquistate. Non sapevo neppure chi fosse e di quale giornale stesse parlando. Quando mi spiegarono chi era quasi non ci credevo. Il giorno dopo corsi da lui e fu così che le mie prime foto apparvero sul Borghese.”

Nonostante ci abbia regalato migliaia di foto meravigliose, Gianni Berengo Gardin ancora oggi continua a considerarsi “solo” un documentarista: “Io non mi considero, a differenza di tanti giovani di oggi, un artista. Sono un artigiano o forse un giornalista che invece di usare il computer usa la macchina fotografica. Credo che il nostro dovere sia raccontare la società. Se vogliamo usare un termine non di moda sono convinto che l’impegno sociale sia ancora un valore”.

E nessuno meglio di lui ha documentato, per immagini, la storia recente italiana, grazie a 200 libri fotografici pubblicati in oltre 60 anni di carriera. Ed è proprio attraverso le sue foto e le sue parole che possiamo trarre insegnamenti unici e fondamentali.

1. Prima pensa, poi scatta!

“Il digitale ha cambiato, secondo me, la mentalità del fotografo, perché tanto scatti, scatti, scatti e poi quello che non ti piace lo cancelli, mentre il resto lo salvi con Photoshop”.

“Indubbiamente il digitale è stato una rivoluzione e, come in tutte le rivoluzioni, in essa c’è il bene e il male. Ormai tutti fotografano e quasi tutti fotografano male, a caso, tanto per fotografare, tanto perché hanno un mezzo e fotografano le cose più stupide! Sia ben chiaro è loro pieno diritto, tutti possono fare quello che vogliono, però indubbiamente la fotografia ha avuto una grande diffusione che, spesso, a mio parere, ha portato a poco. Qua a Milano c’è una pubblicità di una grande produttrice di macchine digitali che dice: ‘Non pensare, scatta!’. Io invece quando insegno dico ai ragazzi: ‘Prima pensa e poi, eventualmente, scatta.’ Non bisogna mai scattare a caso”.

Insegnamento

La possibilità odierna che offre la fotografia digitale, come quella di scattare facilmente centinaia di foto, usare raffiche da 5 o 6 fotogrammi al secondo o cancellare tutto ciò che non ci piace, ha contribuito a un decadimento generale della qualità, come in tutti quei campi in cui un determinato mezzo diventa alla portata di tutti.

Se ti rendi conto che la tua produzione fotografica non sta avendo sensibili miglioramenti, vuol dire che anche tu sei vittima dello “scatto compulsivo”, spesso fine a se stesso.

Un buon esercizio può essere quello di scattare senza mai guardare nel display il risultato del tuo scatto. Questo ti spingerà a sperimentare più soluzioni per lo stesso soggetto, dando fondo a tutta la tua creatività, perché non sarai mai sicuro di aver portato a casa una buona fotografia.

2. Accresci la tua cultura fotografica

“Una volta, a un seminario dove c’erano almeno 300 persone, chiesi: ‘Chi tra voi conosce August Sander?’. Silenzio assoluto, solo una mano si alzò. Purtroppo molti fotoamatori non amano la fotografia, amano la loro fotografia. Guardano la loro fotografia e non gliene frega niente delle altre, rimangono limitati al loro gruppetto. Mentre, a noi che amiamo la fotografia, interessa vedere la fotografia degli altri, noi viviamo di fotografia. La maggior parte di loro fotografano abbastanza male e i giornali pubblicano brutte fotografie”.

“I giovani dovrebbero farsi una cultura fotografica, che spesso non hanno. Una cultura fotografica si fa guardando i libri dei grandi maestri e cercando non di copiare, ma di imitare il loro stile. Fotografi come Salgado, Koudelka oppure gli italiani Saglietti, Scianna, Cito, che sono dei grandi maestri”.

Gianni Berengo Gardin critica aspramente la diffusa mancanza di umiltà dei fotoamatori di oggi. Lui, che è esploso qualitativamente leggendo moltissimi libri, consiglia caldamente di avere un approccio più didattico alla fotografia: “Le fotografie della Farm Security Administration, di Life, di Dorothea Lange ed Eugene Smith sono quelle di cui io mi sono nutrito da giovane”.

Insegnamento

La facilità che abbiamo di arrivare allo strumento fotografico, acquistabile ormai con poca spesa, ci mette in condizione di approcciarci alla fotografia con molta superficialità. Contemporaneamente, forse anche con un po’ di arroganza, crediamo che basti avere il massimo della tecnologia per sfornare ottime foto. Ovviamente niente di più sbagliato.

La fotografia è comunicazione e anche una forma d’arte: di conseguenza un’immagine può risultare più o meno vincente a seconda del contenuto e anche del modo in cui esso viene proposto.

Così come nella pittura, nella scultura o nella musica è fondamentale conoscere la storia e i lavori dei grandi maestri, allo stesso modo lo è anche nella fotografia. Particolarmente efficace, quindi, può risultare studiare le monografie dei grandi fotografi del passato o contemporanei.

Comprendere a fondo cosa si nasconde dietro uno specifico progetto e quale è stato il percorso effettuato per arrivare a realizzarlo, può aiutarti in maniera eccezionale a farti compiere il decisivo salto di qualità come fotografo.

3. Sii onesto

Gianni Berengo Gardin, evidentemente un romantico della fotografia, critica ancora una volta l’era digitale ed in particolare l’uso smodato dei software di fotoritocco. “Ormai non sappiamo più se le foto sono vere o se sono create. Non sappiamo se un’immagine è vera o taroccata e questo è un pericolo gravissimo per la fotografia, perché la maggior parte della gente quando vede una fotografia crede ancora che si tratti di una cosa avvenuta”.

Non ho niente in contrario con l’aumento del contrasto tramite Photoshop. Non modifica l’immagine. Sono contrario se si inventa una cosa che non è stata, oppure se si toglie o aggiunge qualcosa. Io Photoshop, per il reportage, non per la moda o la pubblicità, lo abolirei per legge, perché falsa la comunicazione. È quello il grave: che non è più una comunicazione onesta, perché ormai tutte le foto di paesaggio in digitale hanno i cieli tempestosi”.

Insegnamento

Partiamo dal presupposto che la post produzione, in fotografia, è sempre esistita, anche nell’era dell’analogico. A partire da Ansel Adams (fu sua l’invenzione del “sistema zonale”, sostanzialmente una sorta di postproduzione “mirata” sul negativo fotografico), passando da Mario Giacomelli, fino al contemporaneo Steve McCurry, non hanno mai nascosto di averne fatto ampiamente ricorso.

Esaltare i contrasti, schiarire i bianchi o scurire i neri, oppure aumentare o diminuire la saturazione, fa parte di quel processo fotografico che inizia con lo scatto e finisce con la stampa.

Discorso diverso se si entra nel campo del fotoritocco, dove si dà origine a un vero e proprio stravolgimento della realtà, perché si modifica sostanzialmente un soggetto o addirittura si aggiungono o tolgono elementi importanti.

Photoshop o qualunque altro software di fotoritocco, permettono oggi di apportare qualsiasi tipo di modifica a una fotografia, in maniera relativamente semplice.

Ricorda che la fotografia va realizzata in fase di scatto, e nel momento in cui ti chiederai se una tua foto vale o meno, prima di stravolgerla ripensa a questa frase di Berengo Gardin: “Tu passi in un posto, vedi che ci potrebbe essere un’ottima immagine, però manca qualcosa. Se quel qualcosa viene, può essere una buona foto – se no, non è niente”.

4. Sviluppa le tue idee

“Ci sono molti temi che si conoscono, ma che non si approfondiscono. Susan Sontag diceva: ‘A forza di fotografare bambini neri che muoiono di fame, non ci commuoviamo più vedendoli’, perché c’è un eccesso di fotografie del genere. Nella realtà di tutti i giorni vanno esplorati gli aspetti meno conosciuti. Anni fa ho realizzato un reportage sugli zingari della periferia di Firenze e ho vissuto un mese e mezzo con loro. Da allora ho cambiato la mia opinione su di loro. Sono delle persone fantastiche. Le idee mi vengono al momento. A volte dalla lettura dei giornali”.

Insegnamento

Molti fotografi credono erroneamente che, per sviluppare un progetto interessante, occorra affrontare tematiche scottanti e documentare luoghi “caldi” e lontani da noi, anche geograficamente. Nulla di più sbagliato.

Come dimostrano lo stesso Berengo Gardin e altre decine di maestri della fotografia, si possono realizzare reportage spettacolari anche dietro casa, l’importante è avere idee valide e un’opportuna strategia per svilupparle.

Per trovare la giusta ispirazione, leggi quotidiani o libri di attualità. Ti renderai presto conto che, nel mondo che ti circonda, puoi trovare ottimi spunti per i tuoi progetti.

5. Racconta col grandangolo

“Ancora oggi, la gran parte dei fotografi usa il teleobiettivo perché permette di isolare quel che vuole riprendere. Io sono sempre stato innamorato dei grandangoli, anche quando non li usava nessuno, perché col grandangolo prendi molto e per me mostrare l’ambiente è un lavoro interessantissimo”. Gianni Berengo Gardin ci spiega come, le diverse visioni attraverso gli obiettivi, possono cambiare moltissimo il risultato finale delle nostre fotografie.

Insegnamento

Come afferma Gianni Berengo Gardin, la tendenza generale è quella di rubare scene di vita quotidiana utilizzando teleobiettivi dalle focali molto lunghe, forse perché si pensa che una scena rubata sia anche più spontanea. Probabilmente può essere vero (tralasciando eventuali conseguenze legate alla privacy), ma tieni presente che il grandangolo ti permette di ambientare al meglio la tua scena, includendo parti del contesto che altrimenti ti perderesti.

Il teleobiettivo, inoltre, a causa della sua lunga focale appiattisce molto i piani visivi, restituendo alle tue immagini una scena un po’ irreale.

Se tutto ciò non fosse sufficiente a convincerti, studia un po’ (ancora una volta) i grandi fotoreporter della storia. Scoprirai che nessuno di loro ha mai utilizzato una lunghezza focale maggiore dei 50mm…

Approfondimenti

Se vuoi approfondire la conoscenza del grande fotografo ligure, potresti iniziare con questi testi:

Immagine copertina.

 

 

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Autore: Marco Morelli

Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia molti anni fa, usando le mie foto come spunto per il mio primo grande amore: la pittura. Col tempo, poi, la fotografia è diventata la mia principale passione e il mio lavoro. Dipingere mi ha insegnato il piacere di osservare i dettagli e di cercare un significato in ciò che, abitualmente, passa nell’indifferenza della normalità. Oggi, la fotografia, la pittura, il disegno e la grafica sono solo alcuni dei mezzi che utilizzo per raccontare le mie emozioni.
Puoi seguirmi anche sul sito www.marcomorelli.eu

  • Petruz

    Molto interessante, complimenti

  •  Pierluigi

    Lo confesso, Berengo Gardin non è tra i miei fotografi preferiti ma grazie a questo articolo ho scoperto di condividerne il 100% del pensiero tanto quanto i suggerimenti che ne trai tu, bravissimo Marco… Quindi, complimenti per questo lavoro e grazie per averlo condiviso con noi.

    • Grazie mille, Pierluigi! E’ bello sapere che un proprio articolo viene apprezzato in questo modo… :)

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