Josef Koudelka è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi fotografi della storia.

Quello che mi ha spinto a scrivere questo articolo, mentre sceglievo tra i vari fotografi da poter menzionare, è stata una sua frase, tagliente come una rasoiata e che sintetizza perfettamente il suo animo e la sua vita artistica:

“Non mi preoccupo di ciò che la gente pensa: so abbastanza bene chi sono. Ma mi rifiuto di diventare schiavo delle loro idee. Quando resti in uno stesso posto per un certo tempo, la gente ti colloca in una casella e si aspetta da te che tu ci resti”.

Uno spirito libero e in continua evoluzione, così come la sua fotografia, ma non per questo meno perfezionista o privo di profondo senso autocritico. “Le mie foto quasi mai mi piacciono davvero. E se non sono soddisfatto, è semplicemente perché le buone foto sono rare. Una buona foto è un miracolo”.

Un po’ di storia

Per comprendere appieno il “personaggio Koudelka” e di conseguenza la sua fotografia, qualche cenno biografico è doveroso. Nato nel 1938 a Moravia in Cecoslovacchia, inizia a fotografare giovanissimo, a 12 anni.
“A farmi amare la fotografia fu un fornaio, amico di mio padre, che portava il pane nel nostro paese di quattrocento abitanti. I soldi per la prima macchina, una 6X6 reflex di bachelite, li trovai raccogliendo fragole nei campi e vendendole in un villaggio vicino”.

La passione inizialmente rimane tale, perché decide di diventare un ingegnere aeronautico e quindi, da vero perfezionista, studia per diventarlo. “Amavo in maniera esagerata gli aerei e diventare ingegnere aeronautico mi sembrò la cosa migliore da fare”.

Parallelamente, però, continua a coltivare la sua passione per la fotografia, iniziando ad arrotondare il suo stipendio da ingegnere con foto scattate a teatro.

Nel 1967 decide di abbandonare il lavoro di ingegnere per dedicarsi completamente alla fotografia.

Ma la svolta accade nel 1968, quando casualmente si trova a Praga, rientrato da appena due giorni dopo un servizio fotografico in Romania sugli zingari.

“È stato il momento massimo della mia vita. In dieci giorni è successo tutto quello che nella mia vita poteva succedere. Io stesso ero al massimo in una situazione che era al massimo. Forse è per questo che ho coperto questa situazione meglio dei reporter che erano arrivati da ogni parte del mondo e che lo facevano per mestiere. Io non ero un foto-giornalista”.

Accanto alla passione per la fotografia e gli aerei c’è anche quella per la musica: “Suonavo il violino e la zampogna nelle feste di paese, e il folk mi piace ancora adesso”.

Josef Koudelka è un personaggio anarchico, libero, ma con una sua coerenza e una sua filosofia. Ad esempio, non ha mai accettato lavori su commissione da parte di giornali, ma al massimo incarichi governativi.

“Può succedere che io raggiunga il massimo la prima volta, per caso, e che io ritorni nello stesso posto dieci volte di seguito, per dieci anni, senza riuscire a far meglio. O che cercando un certo massimo ne trovi un altro, a cui non avevo pensato. Quello che importa è la ricerca, la motivazione a spingersi oltre. Ma non posso proporre questo modo di lavorare a un giornale, non posso farmi mandare dieci volte a Lourdes per tornare con una foto che non ha niente a che fare con Lourdes”.

Si è autofinanziato esclusivamente con le sue mostre e i suoi libri, senza voler mai insegnare fotografia, riuscendo a crescere tre figli nati in tre nazioni diverse.

Non ha mai badato ai luoghi comuni. “Nel mio villaggio non c’erano zingari. Ma ricordo che ogni tanto passava il banditore con il tamburo a dirci ‘chiudete le case, arrivano gli zingari’ ”. Questo gli ha permesso di realizzare uno dei più portentosi ed efficaci lavori sugli zingari.

È stato uno sperimentatore come pochi, adottando per esempio il formato panoramico o fotografando paesaggi in verticale.

Una personalità poliedrica, da cui possiamo trarre alcuni fondamentali insegnamenti, analizzando le sue parole e le sue fotografie.

1. Non cercare il consenso a tutti i costi

Una delle maggiori particolarità di Koudelka è proprio la capacità di raccontare l’uomo attraverso una visione molto personale e, quindi, innovativa.

Visione maturata attraverso la convinzione che il suo modo di raccontare non deve necessariamente assecondare il gusto della gente.

“Non so cosa sia importante per le persone che guardano le mie foto. Quello che è importante per me, è il fatto di farle. Ma io non lavoro per provare il mio talento. Io fotografo quasi tutti i giorni, tranne quando fa troppo freddo per viaggiare a modo mio. Qualche volta faccio delle buone cose, altre volte no, ma penso che col tempo qualcosa verrà fuori dal mio lavoro: non ho angosce in questo senso. Faccio anche molte foto sulla mia vita, come quelle all’inizio del tascabile: i piedi, l’orologio”.

“Quando sono stanco mi corico e se ho voglia di fotografare e non c’è nessuno attorno a me, fotografo il mio piede. Non sono grandi foto: certi le detestano. Ma ho sempre fotografato i luoghi in cui ho dormito, gli interni in cui mi sono trovato. È una regola che mi sono data, per non dimenticare queste cose. Questo irrita molte persone che pensano a me come al fotografo degli Zingari e non vogliono vedermi diversamente. Ma non mi preoccupo di ciò che la gente pensa. Io non cerco di cambiare la gente, e neanche il mondo”.

Insegnamento

Molte volte facciamo l’errore di voler piacere principalmente agli altri con la nostra fotografia.

Questo è particolarmente vero oggi, nell’era di Facebook e dei social network, dove il “like” diventa una forma di gratificazione e spesso anche l’unica. Non c’è niente di male in tutto questo, a meno che non finisca per condizionarti, rivelandosi una castrazione per la tua creatività.

Prova a uscire dagli schemi, magari iniziando a non pensare alle tue foto solo in ottica social.

Ad esempio, potresti realizzare un progetto fotografico con l’esclusiva idea di stamparlo per partecipare a qualche mostra fotografica. Oppure potresti iscriverti a qualche circolo o associazione fotografica della tua zona e discutere dei tuoi lavori con persone che hanno la tua stessa passione.

Confrontarsi attraverso il rapporto umano, crea le condizioni ideali per crescere. Questo darà un indubbio stimolo alla tua creatività, facendoti crescere come fotografo.

2. Asseconda te stesso

Io non cerco di comprendere. Per me la cosa più bella è svegliarmi, uscire e andare in giro a guardare. Guardare tutto. Senza che nessuno stia lì a dirmi: ‘devi guardare questo o quello’. Io guardo tutto e cerco di trovare ciò che mi interessa, perché, all’inizio, non so cosa potrà interessarmi. Mi succede anche di fotografare dei soggetti che altri troverebbero stupidi, ma che, personalmente, mi permettono di mettermi in gioco. Henri (Cartier Bresson, n.d.r.) diceva di prepararsi molto, prima di incontrare qualcuno o di visitare un paese. Io no: io cerco di reagire a quello che si presenta. Poi tornerò, magari ogni anno, magari per dieci anni di seguito, e così finirò per comprendere”.

Insegnamento

Imparare dai grandi maestri della fotografia, “copiandone” un po’ le metodologie di lavoro, è una cosa che facciamo quasi tutti. Ma quanto sopra citato di Koudelka dimostra che non esiste un modo univoco di approcciarsi alla fotografia.

Per trovare le giuste ispirazioni non esistono schemi ideali, tranne quelli di assecondare le tue tendenze e il tuo carattere.

Quindi non fossilizzarti su alcune abitudini acquisite: c’è chi, come Cartier Bresson, ha bisogno di pianificarsi il lavoro e prepararsi scrupolosamente. Allo stesso modo c’è chi, come Koudelka, non riuscirebbe a lavorare attraverso schemi prefissati, perché ne risentirebbe pesantemente la sua creatività.

Per cui ascolta tutti i consigli, ma poi non aver paura di seguire il tuo istinto. Probabilmente la tua forza risiede proprio lì.

3. Impara dai tuoi stessi errori

“Dopo aver visto i provini, io non stampo solo le foto buone, ma tutte quelle che mi sembrano un po’ interessanti, anche se so che sono da scartare. A volte fotografo senza guardare nel mirino. È una cosa che ormai riesco a controllare abbastanza bene: è quasi come se guardassi. Quello che spero di trovare è un passaggio dall’inconscio al conscio. Quando fotografo, non penso molto. Se tu guardassi i miei provini ti chiederesti: ‘Ma che combina ‘sto tipo?’. Ma io sui provini e sulle stampe di piccolo formato ci lavoro: li guardo di continuo, di continuo. Credo che il risultato di questo lavoro finisca per essere interiorizzato e che, al momento di fotografare, venga fuori senza che io ci pensi”.

Insegnamento

Solitamente, tutti i corsi e manuali di fotografia ti mostrano un numero infinito di foto eccezionali e la maniera migliore per realizzarle, mentre raramente ti mostreranno fotografie scattate male o con errori grossolani.

Nel momento in cui passiamo all’azione, prima di avere sensibili miglioramenti e avvicinarci alla realizzazione di buone foto, avremo scattato e cestinato migliaia di immagini.

Una cosa che difficilmente facciamo, invece, è soffermarci ad analizzare a lungo i nostri errori per capire dove sbagliamo abitualmente.

Alla fine della tua sessione fotografica, indipendentemente dalla qualità generale dei tuoi scatti, fai l’esercizio di analizzare e approfondire le tue foto peggiori. Ti accorgerai di alcuni errori ricorrenti, anche a livello di composizione, che ti aiuteranno a capire dove tendi a sbagliare e perché.

Questo esercizio ti sarà molto più utile per crescere, rispetto a una frettolosa cancellazione del file.

4. Studia le regole, poi infrangile

“Qualche anno fa avevo realizzato un catalogo, in cui avevo classificato le mie foto secondo la composizione. Se si ama qualcosa, e se in più si ha un po’ di talento e ci si mette un po’ d’energia, la cosa finisce per funzionare. Il programma funziona. Ma è importante, dopo, saper abbandonare il programma per andare oltre. Sarebbe troppo facile fermarsi a questo e lasciare che i risultati vengano fuori automaticamente. Bisogna distruggere il programma e riprogrammare.

La ripetizione non mi interessa. Non voglio arrivare al punto in cui non saprei come continuare. È giusto costruirsi dei limiti, ma bisogna, a un certo momento, saper distruggere la propria costruzione”.

Insegnamento

Koudelka, nella sua carriera, è passato agevolmente da periodi con fotografie dense di presenza umana ad altri in cui lo scenario era assolutamente desolato, ma la traccia umana era altrettanto visibile e potente.

Oppure, altrettanto disinvoltamente, è passato dal formato 6×6 al classico, al panoramico. Tutto era funzionale a ciò che voleva raccontare e il mezzo era solo un tramite.

Chiunque si approcci alla fotografia seriamente (vale anche per il fotografo più evoluto) finisce spesso per adagiarsi in schemi preconfezionati, imparati nei corsi o sui libri, senza mai tentare di uscirne.

Regola dei terzi, sezione aurea, bilanciamento degli elementi, linee di fuga eccetera, sono solo dei suggerimenti estetici, non dogmi.

Le regole sono importanti da conoscere, anche per sapere cosa si va ad infrangere, ma questo non deve inibirti nella sperimentazione.

Prova a realizzare un’intera sessione fotografica sforzandoti di non rispettare alcuna regola fra quelle che conosci. Una volta a casa, potresti scoprire scatti eccezionali che mai avresti pensato di poter realizzare.

5. Cammina, cammina, cammina!

In conclusione, per trarre un ulteriore insegnamento dal fotografo ceco, non riporto una sua frase, ma un breve aneddoto raccontato da Alex Webb, grande fotografo di street dell’agenzia Magnum: “Qualche anno fa mi trovavo seduto nella metropolitana con Josef Koudelka, che non vedevo da diversi anni. Improvvisamente Josef si è piegato in avanti e mi ha afferrato la scarpa, girandola per guardare la suola. Con il suo modo di fare diretto, tipico della cultura ceca, voleva accertarsi che avessi camminato abbastanza e, quindi, fotografato abbastanza”.

Insegnamento

L’aneddoto parla da sé: se vuoi realizzare grandi scatti di strada non devi esimerti dal camminare, dal guardarti intorno, dal viaggiare e dallo scattare tanto.

E non è detto che ad ogni tua uscita fotografica corrisponda una grande quantità di buoni scatti.

“Io dipendo totalmente da quello che succede, io devo trovare la situazione che mi interessa. È per questo che ritorno negli stessi luoghi. Ma spesso quello che aspetto non succede, o succede senza che io riesca a fotografarlo bene”.

Josef Koudelka realizzava sessioni di centinaia di scatti, nonostante usasse la pellicola. “Non sarei il fotografo che sono se non potessi fare molti scatti. Eppure il prezzo delle pellicole è spesso stato un problema per me. Mi è successo di lavorare con code di pellicola cinematografica, per fare economia, e anche di comprare pellicole rubate. Ma quando mi restano solo tre rullini nella borsa, entro nel panico”.

Approfondimenti

Se vuoi approfondire la conoscenza del grande fotografo ceco, ti consigliamo di iniziare con questi testi:

Immagine di copertina.