6 rimozione disturbo

Cosa ci fa muovere per salire su un monte e portare a casa una foto?

La salita è faticosa, sudi, sei carico perché hai sempre paura di non avere l’obbiettivo giusto al momento giusto; quando ti fermi stai un’ora al vento e cominci a gelare; hai trasportato sulla schiena il treppiede ( quello pesante perché se è troppo leggero sulla neve con il vento non serve a nulla), provi ad usarlo, le mani ti gelano, non sei mai riuscito ad imparare a lavorare senza guanti (sì, ci sono quelli moderni e leggeri, con il buchino sotto i polpastrelli… hai provato a stare sottozero per ore con i guanti “bucati”?); quando scendi è già buio e devi camminare alla luce della torcia. 

Verrebbe da pensare che la cosa migliore è tornare in albergo e trovare una squisita accoglienza: traducendo, ti danno la cena anche alle dieci di sera!

La verità è che salire, salire, salire per vedere cosa c’è al di là della cresta è qualcosa di atavico e stampato nel dna di ogni uomo. Qualcuno lo fa fisicamente, altri buttano questa energia nelle attività più disparate, ma tutti abbiamo la necessità di uscire da noi stessi e scoprire il mondo. Per il fotografo si aggiunge la gioia di condividere quello che trova.

Ogni volta che sono davanti ad uno spettacolo della natura desidero fotografarlo per “giustificarmi”: voglio raccontare a mia moglie e ai miei ragazzi perché ho orari sempre contrari alla maggior parte delle persone, perché volontariamente mi procuro della fatica quando la norma è passare la vita a cercare di evitarla.

Chi non ha provato non può capire. E’ un invito a consumare scarponi per fotografare. Non è una nota romantica ma un preciso consiglio tecnico. Se  non bastasse il mio parer: Joseph Koudelka, non uno dei tanti, dice che i piedi (usati per camminare molto… ovviamente!) sono il miglior strumento di un buon fotografo. 

La sera di questo tramonto, giusto una settimana fa, mi trovo sul Monte Cavalbianco, nulla di “alpinistico” ma in posizione strategica all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano: dalle sue pendici si dominano alcune delle vette più alte della zona.

L’inverno è stato generoso di neve e, nonostante la stagione inoltrata, tutto è ancora bianco. In realtà il bosco di faggi in basso è ormai spoglio, l’ultima nevicata è lontana, ma pensandoci bene non è un male: la zona scura serve ad evidenziare maggiormente il manto della vetta.

Sono partito con Nicola e Daniele, compagni di fotografia, e Fabrizio, guida del parco e profondo conoscitore dei luoghi e delle sue montagne. Nel pomeriggio il tempo si fa brutto, siamo indecisi se provare o meno: decidiamo di andare perché la salita è breve e, anche se il tempo buttasse al brutto, non saremmo in difficoltà. Inoltre c’è vento molto forte e la speranza  è che, come spesso accade, un’apertura insperata dell’ultimo momento regali la luce desiderata.

In effetti: saliamo nella nebbia ma più ci avviciniamo alla cresta sommitale, più il vento si fa sentire e cominciamo a notare degli squarci nel panorama. Ci fermiamo sotto la vetta perché le condizioni della neve non sono ottimali per le ciaspole e ci accingiamo all’attesa.

Pian piano cominciano a spuntare raggi di luce, si intravedono le vette circostanti. Alla fine il vento ha la meglio sulle nuvole ma…non troppo!

E’ la condizione ideale, il cielo terso non mi piace, quando c’è la giusta quantità di nuvole spesso arriva il tramonto più bello. Infatti andrà così (e in qualche futuro articolo ti farò vedere che cielo compare). Ma quello che più mi attira è vedere alle spalle questi prati di neve che si modificano, pennellati dal sole che si abbassa e dal cambiamento di temperatura colore della luce.

Questa è una delle prime immagini scattate (tutti i file sono “azzerati”, li vedi così come escono dalla fotocamera) 

a 

poi la luce si scalda

 b-2

 infine si abbassa ancora  e si ammorbidisce, scelgo un’inquadratura più stretta.

 inizio

Bisogna aver la forza di attendere: luce è tutto. 

Post-produzione in Lightroom

Ecco come ho ottimizzato il file.

Qui ho appena applicato le regolazioni del pannello base (dopo aver pulito lo sporco del sensore): ho leggermente scaldato la temperatura per recuperare la luce calda in parte affievolita dall’aumento dell’esposizione

dopo pannello base   

pannello base con scalda temperatura

Applico un filtro graduato sul cielo per abbassare leggermente i toni  e scaldare ulteriormente la luce evidenziando il colore sulle nuvolette

3 filtro gra e scalda temperatura

filtro graduato temperatura sat chi

Comparazione PRIMA/DOPO (usando il tasto”y” accedi direttamente alla vista comparata; con “maiuscolo/Y” alterni la vista delle due foto intere o spezzata)

prima e dopo filtro graduato con

Poi intervengo con il pennello di regolazione schiarendo alcune zone (con “o” si evidenziano le aeree interessate dall’intervento)

5 aeree pennellate 

ed ecco il risultato

4 dopo pennelli

Ricorda che usando vari filtri con diverse impostazioni puoi ripartire da uno dei predefiniti oppure cliccando “alt” (su Mac) al posto della voce “effetto:” compare “ripristina”: se clicchi tutti i cursori si azzerano e puoi ripartire con una nuova regolazione senza trascinare tutto cursore per cursore! 

Infine, lavoro sui disturbi del file con il potentissimo pannello dei dettagli (una grande scoperta arrivando da Aperture!)

6 riduzione disturbo

6 rimozione disturbo

ecco il PRIMA/DOPO finale

ultima comparazione