Marocco 2011

Essaouira, durante una pausa di lavoro: ero in zona per fotografare un bellissimo appartamento nella medina restaurato da un architetto belga. Decido di uscire un po’ per i fatti miei visto che sono in anticipo sui tempi.

Per conoscere un luogo credo che la cosa migliore sia perdersi per le zone meno frequentate: prima che faccia giorno sono già per strada. Dopo un po’ di paesaggio sulla costa oceanica (ecco le foto di quei giorni) circondata dalle mura portoghesi, entro a caso nei vicoletti della zona portuale: subito scompaiono i pochi turisti europei e si entra in un’altra dimensione.

Metto via i “cannoni” per tenere a portata di mano solo la mia vecchia canon 5d con il grandangolo, nella tasca della giacca una G12 pronta a soccorrermi in caso di emergenza: il 100-400 è nascosto in una sacca di tela molto “fricchettona”, la compatta in una tasca della giacca. Niente di peggio quando sei in un paese islamico, e comunque dove il fotografo non sempre è ben accetto, che presentarsi vestito da foto-safari: a parte richiamare subito chiunque abbia voglia di rubare qualcosa (ma qui non sembra essere un rischio), è sempre un modo per frapporre un muro tra la gente del posto e il fotografo-cacciatore-di-scalpi.

Il rispetto per le persone (e anche la voglia di un ritratto intenso) mi suggeriscono di non puntare la macchina in faccia a nessuno senza che prima nasca almeno un’occhiata di intesa. Niente foto rubata insomma; come insegnano i grandi fotoreporter il massimo del tuo tele sarà un 50 mm, così sei obbligato ad entrare nella scena (ahi ahi, qui mi tiro addosso le ire di tutti gli appassionati di lungo tele e “foto spontanea”, un po’ come Coppi-Bartali, Juve-Milan o panettone contro pandoro a Natale, è guerra assicurata!).

Qui mi affascinano il silenzio del luogo e i tagli di luce che spaccano il nero dei vicoli. Quello che più mi colpisce è l’aspetto meno monumentale della città: mi piace incontrare la gente e sapere come vive davvero, non come si presenta  quando mi “identifica” come turista. Appena posso provo a chiacchierare con chiunque, ogni scusa è buona ( sempre pronto un pacchetto di sigarette anche se non fumo molto: in Marocco offrirne una  è il miglior modo per attaccare discorso!): alla fine mi sembra che la fotografia…sia solo un pretesto per la mia curiosità!

Mentre fotografo in un cortile una donna esce da una porticina e si avvia verso un portico buio seguita dal suo gatto. La scena sta per diventare interessante, noto che il tunnel è interrotto da feritoie che fanno scendere due perfetti tagli di luce. Il treppiede è occupato dalla reflex e mi serve una focale appena più lunga del 24 che ho montato. Ecco la G12 a salvarmi: la estraggo un po’… rudemente, ho fretta di inquadrare, e mentre la accendo ( la piccola Canon è bellissima ma… quanto è lenta!) penso che l’unica speranza di scattare a mano libera sia sfruttare il primo taglio di luce per avere un tempo di posa accettabile; il secondo sarà troppo lontano, il soggetto risulterebbe troppo piccolo nella composizione… quindi una sola possibilità.

Una figura di spalle mi attira come fosse un “orizzonte”: mi fa pensare a dove va, cosa starà facendo, se è felice o triste… come dall’alto di una collina guardare il limite del mare mi interroga su quello che c’è oltre.

Perso nell’osservazione della donna, realizzo che non c’è  tempo di misurare l’esposizione, e comunque in queste condizioni la lettura darebbe una forte sovraesposizione (sai come “ragiona” l’esposimetro? se trova troppo buio in campo, la macchina tenterà di “leggere” correttamente le basse luci proponendo un tempo lunghissimo + diaframma tutto aperto): imposto meccanicamente la funzione manuale e decido  per f 2.8 e 1/10 di tempo di posa. So che la persona risulterà un po’ mossa ma in un modo che potrebbe essere interessante se il resto dell’immagine è ben nitido. Mi piazzo ben saldo e scatto tre fotogrammi in sequenza quando la donna è nel punto prescelto.

Per evitare il  mosso (della macchina…non del soggetto…quello sarà poco nitido comunque) inquadro con le mani ben “appese” alla cinghia in tensione sul collo e sfrutto lo schermo orientabile all’altezza dell’ ombelico: in mancanza di meglio si eliminano le vibrazioni e spesso funziona  anche con tempi disumani! Quello che vedi è il fotogramma centrale, il mio preferito: l’abito bianco si stacca dal buio e il mosso lascia leggibile la figura senza essere fastidioso. Alla fine taglio l’immagine in formato quadrato per “seguire” la geometria dei tagli di luce. Avrei preferito che la donna non andasse a sovrapporsi alla seconda apertura di luce ma…non si può avere tutto!

…sai dove andava?!?!