Un po’ di tempo fa sono incappato in una serie di lunghi articoli, molto seri, che analizzano il lavoro ed il modo di lavorare di Cartier-Bresson. Sono testi estremamente approfonditi, scritti con grande sensibilità da un fotografo che evidentemente ama il padre del “Momento decisivo”. Ecco qui il primo articolo della serie. 

È una lettura lunga e impegnativa, ma veramente interessante. Ti consiglio di sederti comodo, prendere una tazza di tè e leggerla con calma. Quando avrai finito, fammi sapere cosa ne pensi. Se ti piace, proseguirò a tradurre e pubblicare gli altri articoli della serie.

Cosa hanno in comune il Manifesto Surrealista e Cartier-Bresson? Dopo la sua mostra presso il Museo di Arte Moderna nel 1947 Robert Capa ha detto a Cartier-Bresson di smettere di farsi chiamare Fotografo Surrealista. Anni dopo Cartier- Bresson ha ammesso che il consiglio di Capa era corretto.

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FRANCIA. Regione dei Pirenei Centrali. Dipartimento per il terreno. Paese di Saint-Cirq-Lapopie. Poeta francese Andre Breton. 1961. © Henri Cartier-Bresson

Il Manifesto

All’università c’è stata fornita una collezione di manifesti artistici. Gli artisti e i rivoluzionari condividono lo stesso interesse nel ridisegnare la società. Essi dichiarano i propri nuovi ideali all’interno di manifesti, non molto differenti dalla Dichiarazione di Indipendenza. Questo consente ai loro sostenitori di condividere le idee proposte e di unirsi alla causa.

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“Questa non è una pipa” di René Magritte.

André Breton è stato un poeta francese che ha scritto due manifesti Surrealisti. Il primo è stato scritto nel 1924 mentre il secondo è seguito pochi anni dopo, nel 1927. Se tre settimane fa tu mi avessi chiesto cosa ricordavo di questi documenti ti avrei risposto “Quasi niente.”

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FRANCIA, Parigi. Ferdinando SCIANNA con la pipa di Magritte. © Ferdinando Scianna

I dipinti dei Surrealisti sono impressi nella mia memoria ma le loro radici letterarie sono sfuocate. Ho deciso di rivedere i primi due manifesti di Breton che parlavano di Cartier-Bresson e del suo definirsi Fotografo Surrealista. Volevo capire perchè aveva scelto il Surrealismo per descrivere il suo lavoro. Immaginavo che nei manifesti potesse esserci un indizio che avrebbe spiegato il processo di selezione di Cartier-Bresson. Avevo ragione.

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Anche se i Surrealisti hanno cercato di rompere con la tradizione classica, non potevano allontanarsi completamente da alcuni soggetti. Le grandi sirene di Paul Delvaux

La mente di un 20enne immerso nell’ambiente scolastico è molto differente da quella di un professionista che non è distratto dalle ragazze, dalle serate passate al pub e che non dorme fino a mezzogiorno. Rileggere il Manifesto Surrealista dopo avere studiato Cartier- Bresson è stata un’esperienza che mi ha aperto gli occhi. I metodi di lavoro dei Surrealisti hanno portato allo scoperto molte delle motivazioni che si celavano dietro ai progetti di Cartier-Bresson.

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Questa è la mappa della terra vista dai Surrealisti.

 

Una conoscenza che funziona

Vorrei spendere un secondo per sottolineare la differenza di metodi con cui possiamo avvicinarci alla storia dell’arte. Molti di noi hanno accesso limitato agli archivi museali, troppi impegni per accamparsi in biblioteca e quindi preferiscono fare ricerche nei negozi di libri o su internet. Un fotografo non ha bisogno di un dottorato per studiare storia dell’arte. Noi abbiamo bisogno di “LAVORARE SULLA CONOSCENZA” degli artisti. Cosa significa? Noi vogliamo sapere:

  • Chi sono?
  • Cosa hanno fatto?
  • Da chi sono stati influenzati (Ricorda che anche Cartier-Bresson ha ammesso che non esistono nuove idee, ma solo nuovi arrangiamenti).
  • Come si inseriscono nel quadro globale?

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Questo potrebbe essere uno dei primi dipinti ancora esistenti di Caravaggio e probabilmente uno dei peggiori. Ma tutti noi abbiamo un inizio difficile. Michelangelo e Caravaggio.

Al fine di conoscere il lavoro di un artista non abbiamo bisogno di memorizzare le date, i titoli delle mostre o i nomi delle opere. I dettagli minori sono fatti per gli studiosi che si occupano di fare ricerche sul materiale a disposizione. E nella maggioranza dei casi gli studiosi non comprendono il disegno perché per compiere il proprio lavoro non ne hanno bisogno. In questo momento sono arrivato a metà di un libro su Caravaggio e l’autore sostiene che i dipinti di Caravaggio rappresentano il suo interesse primario. Ma nelle cento pagine che ho letto non ho trovato un singolo riferimento al Rettangolo Aureo. Sembra che abbia una conoscenza solo basilare della tecnica.

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Solo pochi anni dopo Caravaggio è stato in grado di produrre “I Bari”, un’opera molto migliorata. Caravaggio.

Il punto è che, come fotografi, quando si parla di storia dell’arte noi abbiamo necessità differenti. Preferiamo sapere “Come posso applicare le lezioni del passato al mio lavoro?” Dovrai essere fortunato per trovare uno studioso che possa fornirti un minimo consiglio tecnico. Sarebbe bello se alla fine del libro su Caravaggio l’autore dicesse “E… se questa opera ti è piaciuta puoi applicare le seguenti tecniche che ha ripetuto e affinato durante la sua carriera”. Questo sarebbe il mio capitolo preferito. Per qualche motivo scoprirai che gli artisti hanno tutti percorsi simili:

  • Iniziano a fare delle opere orrende che alcuni definiscono buone. con un po’ di fortuna finiscono per sbaglio su un buon design.
  • Poi vengono formati o si fanno influenzare da artisti veri di solito tramite un apprendistato o la scuola.
  • Nei loro primi anni compiono opere derivate tremende oppure distruggono i loro primi lavori così che nessuno possa vederli. Oggi copiare le opere dei maestri non è visto di buon occhio ma ciò rappresenta un passaggio estremamente importante per lo sviluppo di un artista. Ciò consente di basarsi sulle conquiste delle generazioni passate. Diversamente sono costretti a partire da zero. Il reinventare la ruota è sopravvalutato.
  • Poi risolvono una serie di problemi relativi al design per dare un senso alla propria carriera. Questo è il momento in cui i veri artisti si mettono in luce, Caravaggio non ha creato un dipinto decente prima dei vent’anni.
  • Se restano a corto di idee ripetono la stessa formula vincente fino a quando non vende più.

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Infine Caravaggio ha creato questo dipinto e ha prodotto questo capolavoro intitolato Cena in Emmaus. Caravaggio.

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E per quanti se lo stanno chiedendo, la cena in Emmaus è dipinta su un “root rectangle”. Caravaggio.

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Poeta francese, André BRETON, a casa sua. FRANCIA. Parigi. 18t°arrondissement. Rue Pigalle. 1961. © Henri Cartier-Bresson

Il Manifesto Surrealista, la versione breve

André Breton, che ha scritto i Manifesti Surrealisti, era un poeta, non un artista visivo. Durante gli anni ’20 Breton e i suoi amici vennero influenzati dall’analisi onirica di Sigmund Freud. Essi credevano che esistesse un’altra realtà oltre a quella vissuta durante la fase di veglia. L’unico modo per accedere a questo mondo era attraverso i sogni o lo studio delle azioni autonome (ne parleremo maggiormente dopo). Come molti di noi sanno, i sogni possono sembrare molto realistici anche se sono assolutamente insensati.

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Il Partenone del pittore americano Fredric Church

Devi pensare che dopo la Prima Guerra Mondiale i Surrealisti videro gran parte della Civiltà Occidentale dirigersi nella direzione sbagliata. Essi volevano rompere con i sistemi razionali, armonici e logici che collegavano l’Antica Grecia e l’Europa Moderna. In breve, erano stanchi di tutto ciò e volevano cambiare la Vita stessa.

Erano molto ambiziosi. Volevano che il loro movimento trasformasse il mondo. Piuttosto complesso per un gruppo di ragazzi con in mano pennelli e matite. Invece delle tradizioni classiche, volevano esplorare i regni dei sogni inconsci.

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SPAGNA. Barcellona. 1953. Il pittore spagnolo Joan Mirò presso il proprio studio, Calle Credito. © Henri Cartier-Bresson

Le due scuole principali

Quello dei Surrealisti è un movimento curioso perchè, diversamente dagli altri movimenti artistici come quello dei Futuristi italiani, i costruttivisti russi, i Fauvisti francesi o i Cubisti spagnoli, non lavoravano con stili identici. Un’opera di Rene Magritte non potrebbe mai essere scambiata per una di Joan Mirò. Il filo conduttore che lega i Surrealisti è l’approccio utilizzato, non il prodotto finale. Al fine di trovare un significato nel movimento inteso come gruppo dobbiamo analizzare il corpo del loro lavoro, dividendolo a metà.

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The Satin Tuning Fork di Yves Tanguy

I.  Astrazione biomorfica

Chiedo scusa per questo nome ridicolo. Astrazione Biomorfica indica quelle parti del dipinto che ricordano organismi semplici, che potrebbero ricordare qualcosa visibile al microscopio o al telescopio. Artisti come Mirò, Yves Tanguy e Roberto Matta hanno lavorato con parole immaginarie che potrebbero far pensare a qualcosa che si trova in fondo all’oceano o nello spazio. Chiaramente non sono qualcosa di costruito o di meccanico.

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La vertigine di Eros di Roberto Matta

La loro ispirazione:  “…calligrafia, animazione e movimento sono fondamentali a prescindere dal soggetto che rappresentano”.

Artisti: Max Ernst, Andre Masson, Joan Miró, Roberto Matta, Yves Tanguy, Jacques Hèrold & Wilfredo Lam.

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Giorgio DE CHIRICO, pittore italiano. © Henri Cartier-Bresson

II.  I Descrittivi

La seconda scuola è quella dei “Descrittivi” che furono ispirati da De Chirico. Con la prima (scuola) l’idea veniva semplicemente suggerita senza preoccuparsi di rappresentarla in modo esatto: in questa la scena è irreale ma l’ambientazione, gli oggetti e le figure umane che sono rappresentate vengono dipinte fedelmente.

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La nostalgia dell’ infinito di Giorgio de Chirico

La loro ispirazione: la definizione di Lautremont di bellezza,
“La bellezza è un incontro inaspettato, su un tavolo operatorio, tra una macchina da cucire e un ombrello”.

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L’impero della luce, II di Rene Magritte

Prendevano pezzi di sogni, che non avevano alcun senso, li mescolavano insieme in un dipinto e ne interpretavano il significato. Questa è una formula pericolosa perchè genera una quantità enorme di spazzatura, ma a volte funziona.

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FRANCIA. Parigi. 1968. L’artista francese Marcel Duchamp e l’ artista americano Man Ray, presso la casa di Man Ray. © Henri Cartier-Bresson

Artisti: De Chirico, Renè Magritte, Salvador Dali, Paul Delvaux, Marcel Duchamp & Toyen

I loro metodi

Come possono due scuole così drasticamente differenti coesistere sotto lo stesso tetto? È semplice. Usando approcci di lavoro praticamente identici.

Esse interpretavano i loro sogni, li disegnavano con gli occhi chiusi o selezionavano gli oggetti a caso. Poi ne studiavano il risultato. Dopodichè creavano un’opera. La tecnica era chiamata Automatismo perché era un’azione automatica o immediata, senza riflessione, che si pensava dovesse originarsi nel regno della sovra-realtà.

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Sigmund Freud fuma un sigaro. Edmund Engelman

Trovo molto interessante che le loro tecniche fossero essenzialmente derivanti da Freud. All’inizio Freud non sapeva cosa gli avrebbero rivelato i suoi pazienti, ma attraverso l’analisi ha potuto scoprire i diversi percorsi. Ora, che quei percorsi siano veri è una storia completamente differente, ma la formula è di base la stessa:

Fare qualcosa senza pensare + Avere un modo per registrare le scoperte + Studiare i risultati= Surrealismo

Questo è un riassunto generico e certamente non è quello che io userei per la tua tesi sul Surrealismo, ma è abbastanza per fornirti una conoscenza di base di ciò di cui di occupavano i Surrealisti.

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Versione di forma biomorfica di Cartier-Bresson. GIAPPONE. Honshu. Kansai. Nara. 1965. © Henri Cartier-Bresson

L’ingresso di Cartier-Bresson

Come si collega tutto questo con la fotografia e Cartier-Bresson? Nel 1947 Henri Cartier-Bresson prese parte a una mostra presso il Museo di Arte Moderna di New York. Robert Capa lo avvisò che autonominarsi Fotografo Surrealista lo avrebbe portato a un suicidio commerciale. Questa definizione gli avrebbe impedito di ricevere delle offerte di lavoro.

Secondo l’opinione di Capa, non importava quello che Cartier- Bresson fotografava, aveva bisogno di chiamarsi Fotogiornalista. Anni dopo nella pellicola “The decisive moment” Cartier-Bresson ha ringraziato il suo amico per tale consiglio. Era un Fotografo Surrealista, ma quello era il suo lavoro. Non amava il giornalismo ma aveva bisogno di lavorare. I fatti ci dicono che fu un tentativo noioso per Cartier-Bresson. Il Surrealismo e poi il Buddismo sono state la forza che ha guidato le sue immagini.

Nello sforzo di ordinare i diversi ingressi dividerò questo articolo in tre parti. Analizzeremo i ruoli di:

PARTE I

I. Lo Scherzo 

II. Solitudine

PARTE II

III. Immaginazione Versus Realtà

IV. Contraddizione

PARTE III

V. Figure in un sogno

VI. Il mondo in una scatola

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Non tutti ridono. FRANCIA. Indre-et-Loire. Huismes. 1955. Il pittore tedesco, Max Ernst. © Henri Cartier-Bresson

I. Lo Scherzo

La parola Scherzo di solito viene utilizzata dai musicisti classici per descrivere brevi passaggi musicali. I passaggi sono creati per essere suonati velocemente e con un tocco di ironia. Consentono l’espressione giocosa di un’idea. Cartier-Bresson aveva un senso dell’umorismo fantastico. Amava giocare con elementi disconnessi all’interno di una scena e utilizzare la macchina fotografica per inserirli in una singola immagine. La combinazione di elementi apparentemente non collegati aggiunge forza alla foto e di solito porta a una risata.

Hai mai guardato un’immagine di Cartier-Bresson pensando “Perchè ha scattato questa foto?” Non è giornalismo, non possiede un grande potere narrativo e non è neppure una scena dell’orrore. È solo un’immagine particolare e divertente. Sotto alla superficie di questi scherzi ci sono composizioni sapientemente create e la sensibilità dei Surrealisti per la contraddizione, l’assurdo e la solitudine.

Queste foto, alcune delle quali scattate da Cartier – Bresson, io le considero degli scherzi. Ci sono cose buffe nella vita. E queste rappresentano la base della nozione Surrealista dell’assurdo che popola i sogni. Possiamo immaginarci Cartier-Bresson mentre cammina da solo, osservando una scena che si sviluppa e sogghignando. Nella sua mente pensa, “Sì sì, questa va bene e BANG!” I suoi soggetti non sanno che quello che stanno facendo è connesso a qualcos’altro nella stessa scena. È un momento privato che solo Cartier-Bresson può riuscire ad osservare.

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INDIA. Gujarat. Ahmedabad. 1966. © Henri Cartier-Bresson

AMMAESTRATORE DI LEONI

In questa immagine Cartier-Bresson deve avere visto questa ragazza saltellare come se possedesse il mondo. Lui organizza la scena, aspetta e poi coglie il momento preciso in cui sembra che lei stia guidando i leoni. Che idea assurda, una bambina che guida quattro leoni affamati? È brillante, specialmente per chi ha bambini.

A volte le creature più piccole controllano le bestie più grandi. La ragazzina, l’uomo addormentato sul letto e la donna sulla porta di casa sono tutti soggetti inconsapevoli della composizione. Solo Cartier- Bresson poteva vedere l’umorismo nella ragazzina che camminava da sola, prendendo un momento in cui tira i leoni sul muro. Sapeva quello che stava cercando e ha atteso la foto.

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ITALIA. Basilicata. Aviliano. 1973. © Henri Cartier-Bresson

ANGELI

Nella piccola cittadina di Aviliano, Cartier-Bresson trova un nuovo set di bambini. Questa volta stanno giocando con le biciclette.

In questa scena non c’è nulla di drammatico. Magari stavano cospirando oppure stavano solo giocando. La chiave dell’immagine sta negli angeli in cima alla foto.

Come ogni madre italiana amerebbe pensare, gli angeli proteggono i  bambini. Cartier-Bresson mette gli angeli su uno sfondo luminoso e questo li fa apparire come se volteggiassero sui ragazzini. Non succede tutti i giorni di vedere degli angeli che volteggiano sui bambini.

È come una sequenza di un sogno che Cartier-Bresson rende reale. Unisce i bambini e gli angeli in una cornice di 35 mm. Non si preoccupa di fornire un’interpretazione chiara della scena. Porta chi la osserva a farsi domande. Questo è uno dei motivi per cui le immagini di Cartier-Bresson sono così profonde, perchè sono chiare ma inducono a porsi delle domande.

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Istanbul. Il grande Bazaar. © Henri Cartier-Bresson

TEMPO

Oltre il Mediterraneo, in Turchia, Cartier-Bresson scopre un orologiaio. Ricordiamoci che Cartier-Bresson è cresciuto nell’Era della Relatività. Negli anni ’20 un giovane impiegato dell’ufficio brevetti svizzero ha ribaltato la visione del mondo con la Teoria della Relatività e da allora il mondo del’arte non è più stato lo stesso. Gli artisti hanno combattuto con il concetto di relatività dai tempi di Einstein.

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La persistenza della memoria di Salvador Dalí.

Cartier-Bresson amava giocare con l’idea di tempo. La fotografia si realizza in una frazione di secondo, ma dura per sempre. È fuggevole ma costante nello stesso momento.

Questa fotografia si collega immediatamente a Salvador Dali, ma gioca con il tempo in modo più sottile. L’orologio, l’uomo e gli orologi sulla mensola sono bloccati nel tempo. Ogni volta che guardiamo questa immagine sono le 8.25 in qualche parte del mondo. Il tempo è sempre e per sempre.

L’uomo è conservato solo nella foto. Sicuramente è morto decenni fa. Si trova tra il grande orologio e la piccola collezione di orologi da polso. Il tempo lo circonda, gareggiando con lui fino al traguardo.

La gara sembra avere la meglio su questo caro orologiaio turco. Cartier-Bresson deve avere visto questa scena pietosa e deve aver visto un uomo torturato dal tempo. Fluttua come un oggetto, non è diverso dagli orologi nell’oceano delle forme.

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ITALIA. Sicilia. Paese di Bagheria. Il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (sinistra) e il fotografo italiano Ferdinando Scianna. © Henri Cartier-Bresson

II.  Solo

Cartier-Bresson preferiva i viaggi lunghi. Non amava i viaggi brevi e preferiva prendere il treno, la nave o l’aereo quando possibile. Che lusso incredibile viaggiare a lungo, con solo qualche scadenza da rispettare.

Ma come ogni viaggiatore sa, la vita sulla strada può far sentire soli. Porta all’autoanalisi più di quanto non abbia fatto Freud con i suoi pazienti. Solo in un paese straniero facciamo attenzione ai nostri pensieri e alle nostre azioni. Confrontiamo costantemente l’ambiente con le nostre aspettative finchè non ci perdiamo nella folla locale.

La vita all’estero è come un sogno. Il sole sorge e tramonta nello stesso modo, ma tutto ciò che sta in mezzo sembra surreale. I protagonisti sono gli stessi ma le cose presenti nella scena non sono mai al posto giusto.

La macchina fotografica è sia una finestra sul mondo che uno specchio. Cartier-Bresson si è visto come una macchina fotografica o uno specchio? Qualunque modo si scelga per interpretare l’immagine, è chiaro che Cartier-Bresson stava costantemente confrontando l’immagine con la scena in cerca di umorismo e significati.

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Svizzera 1991. © Henri Cartier-Bresson

UN BLOCCO DI SVIZZERA

Molti dei lavori Surrealisti sembrano fluttuare nello spazio. Le forme non hanno peso e vagano in un campo di colore. La prima scuola di pittori rimase affascinata dalle idee sospese nella mente.

Quando pensiamo al luogo in cui esiste un’idea è molto difficile descriverlo. Le idee sembrano venire da un piano infinito e spuntare dal nulla. I pittori surrealisti liberano quelle immagini dalle leggi della gravità. Le forme e le linee nuotano intorno rigettando completamente la Legge della gravità di Newton.

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Castello sui Pirenei di René Magritte.

In Svizzera Cartier-Bresson trova una scena in cui la gravità sembra mancare. Le forme della fotografia quasi fluttuano.

Questo perchè sono quasi del tutto retroilluminate. Non sembrano tre oggetti dimensionali. Sono ritagli piatti. Cartier-Bresson rompe tutte le regole sull’illuminazione imparate da Andre Lhote e ci dona una prospettiva surrealista di un uomo che sta per essere schiacciato da un blocco.

Tutte le forme sono rettangoli chiari, triangoli, e onde improvvisate. La foto è una collezione ridicola di matite colorate con una strana sfumatura. Una volta che individuiamo la persona, sembra che essa si trovi in un luogo molto pericoloso. La clessidra che segna la sua salita in cielo si trova a pochi metri dalla sua testa.

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FRANCIA. II Guerra Mondiale. Liberazione. Parigi. Il pittore francese André Lhote che insegna ai suoi allievi. 1944. © Henri Cartier-Bresson

Le composizioni di Cartier-Bresson isolano le figure. Lui è lì perchè noi (gli osservatori) possiamo osservarla. Possiamo vedere il pericolo, ma non riguarda le migliaia di Kg che si trovano sulla sua testa.

Questa scena probabilmente non era affatto pericolosa. Cartier-Bresson amava dire, “La macchina fotografica è un’arma. Con essa non puoi provare nulla ma è comunque un arma”. Da un certo angolo la scena è divertente e pericolosa. La domanda che fa sorgere riguarda la fragilità della vita umana, che potrebbe distruggersi in un istante.

Le nostre interpretazioni individuali varieranno da persona a persona. Ma l’abilità di Cartier-Bresson consiste nel riuscire a trasferire i suoi momento di autoriflessione a noi. E poi comunica sempre una buona dose di umorismo.

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ITALIA. Toscana. Livorno. 1933. © Henri Cartier-Bresson

IL GIORNALE

Ti è mai capitato di leggere il giornale della mattina e sentirti intrappolato? I titoli dei giornali possono risultare oppressivi. Ho sempre trovato deprimente leggere con regolarità la maggior parte dei giornali.

Cartier-Bresson porta l’idea di sentirsi sopraffatti dalle notizie a un nuovo livello. Ci suggerisce l’idea che esse di decapitino. La testa del soggetto è sostituita da un’enorme nodo. È deprivato della sua identità. Ci viene fornito un corpo senza nome e con un nodo per testa. È abbastanza per farci fare una bella risata.

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Se si studia giusto una piccola parte della storia dell’arte, le connessioni tra il Surrealismo Cartier-Bresson balzeranno agli occhi. Figlio di un uomo di René Magritte.

Tenendo a mente la tradizione surrealista dell’automatismo, dubito che Cartier-Bresson abbia ottenuto l’interpretazione della foto prima di scattarla. Probabilmente ha invece notato un arrangiamento strano di elementi e ha scattato la foto. Riflettendo ha scoperto i significati nello stesso modo in cui i Surrealisti avrebbero fatto. Ma ha sempre cercato degli arrangiamenti strani che avrebbero potuto nascondere un certo significato.

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ITALIA. Basilicata. Matera. 1973. © Henri Cartier-Bresson

QUANDO NESSUNO STA GUARDANDO

Cosa facciamo quando nessuno ci guarda? Nei nostri sogni siamo etici o malati? Non c’è modo di rispondere alla domanda, ma è utile chiedercelo mentre passeggiamo in una città nuova.

Artisti come De Chirico hanno giocato con la figura umana sullo sfondo di città immaginarie. Lui si è domandato quale sia la nostra relazione con la storia, le città e il nostro stesso corpo. Il sentimento principale è di sconforto perchè niente sembra essere sufficiente. Le statue sono troppo grandi, le figure troppo piccole. Nulla è armonico e riflette l’agitazione emotiva del dopoguerra in Europa.

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Anche se non è un Surrealista dichiarato, difficilmente qualcuno può confondere gli spazi così bene come Escher. Concavo e convesso di M.C. Escher.

Quando Cartier-Bresson colse questa immagine di un ragazzo che scala una montagna la domanda spontanea fu “Cosa sta facendo?” ancora una volta vediamo Cartier-Bresson concentrato su un momento in cui il soggetto è solo.

È un ritratto di come Cartier-Bresson vede i propri viaggi o le sue marachelle durante la sua infanzia? Probabilmente entrambi.

Diversamente dalla foto dei ragazzini con gli angeli, questo ragazzo ha uno spirito diverso che lo circonda. Ricordo che Cartier-Bresson era riuscito a scappare da un campo di concentramento nazista durante la II Guerra Mondiale (la terza volta fu una magia). Da anarchico non era sicuramente estraneo ai problemi. Deve avere riconosciuto qualcosa di se stesso in questo giovane mentre scalava le mura di Matera, in Italia.

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India 1986. © Henri Cartier-Bresson

OMBRE REALI

L’ombra esiste appena, ma ci segue ovunque. Non possiamo toccarla, prenderla o fuggire da essa. Ma, vista dall’alto, qualunque figura si riduce a una massa informe e tutto ciò che possiamo riconoscerne è l’ombra. Non esiste nulla di migliore di una macchina fotografica per giocare con le ombre.

Cartier-Bresson amava rovesciare i ruoli degli oggetti e delle persone. Qui vediamo l’ombra come soggetto e le persone come scarabocchi. Immagino che siccome Cartier-Bresson aveva viaggiato in tutto il mondo deve aver pensato alla sua esistenza. Dopo che sarebbe morto, cosa sarebbe rimasto di Cartier-Bresson? Sarebbe esistito, o sarebbe esistito almeno il suo lavoro, come una collezione di forme positive e negative.

La comprensione di essere un’ombra vivente ha avuto sicuramente una certa influenza sul suo lavoro. Guardando in basso da una finestra deve avere riso dell’assurdità di queste due figure che salivano le scale. Dal suo punto di vista, le ombre sono più precise delle forme che le creano.

Ricordo che qualche anno fa, viaggiando in India, ebbi un pensiero strano. Un viaggiatore si percepisce maggiormente quando parte piuttosto che quando è presente. Mentre ci troviamo in un posto esistiamo perchè parliamo con la gente, stringiamo loro la mano e scambiamo le nostre storie. Ma tutto ciò giunge sempre alla fine.

Una volta che ce ne siamo andati la memoria della nostra presenza esiste più a lungo di quanto noi non siamo rimasti. Restiamo aggrappati alle menti delle persone che abbiamo incontrato, per sempre sospesi come le persone che eravamo nell’esatto momento in cui le abbiamo lasciate.

Poi, quando torniamo indietro anni dopo, sentiamo sempre un paio di cose “Oh, sei cambiato così tanto!” oppure “Non se cambiato affatto!” veniamo sempre confrontati con l’ombra del nostro sè passato. Penso, anche se non l’ho mai sentito dire da Cartier-Bresson, che lui abbia giocato con l’idea del modo in cui noi viaggiamo attraverso lo spazio come visitatori. La linea tra la realtà e l’immaginazione non è ben definita. Muovendo la macchina fotografica di pochi millimetri possiamo scegliere tra la realtà e il surreale.

All’interno dei suoi giochi mentali Cartier-Bresson non perde mai di vista i suoi disegni. Per tutta la vita si è interessato di arte e ha studiato i dipinti dei Maestri. Vale la pena notare che è stato in grado di svelare gli arcani dei Surrealisti perché tutte le immagini sono chiare. Hanno dei buoni soggetti per dare fondamenta alle relazioni, le figure sono attentamente inserite all’interno di una suddivisione secondo il rettangolo aureo e non ci sono elementi che distraggono dall’immagine. L’intuizione di Cartier-Bresson si pone in prima linea della foto perchè è ben basata sulle fondamenta.

Ecco, ce l’abbiamo fatta. Cosa ne pensi? L’analisi del lavoro di Cartier-Bresson continua in altri articoli. Siccome si tratta di testi piuttosto impegnativi, vorrei sapere se desideri che li traduca, prima di procedere. Fammelo sapere lasciando un commento qui sotto.

 

Articolo di ADAM MARELLI, liberamente tradotto dall’originale: http://www.adammarelliphoto.com/2011/11/surrealist-manifesto-part-i/.