Nel tempo ho notato che una delle più valide palestre per migliorare l’efficacia i miei scatti è sicuramente l’osservazione delle foto dei maestri e dei professionisti della fotografia. Quello che si trova nei loro lavori è una forte espressività e il non banalizzare con cliché i propri scatti, caricandoli invece di significato e di narrazione.

Per portare a casa qualcosa dalla lettura delle foto è secondo me necessario cercare di entrare in contatto culturale col fotografo e cercare di comprendere il suo modo di vedere. Tutti i grandi fotografi possono diventare delle navi scuola e permettere ad ogni studente appassionato, una volta padrone della tecnica, di raggiungere elevate capacità espressive.

Per ricavare un insegnamento da un fotografo mi pongo sempre 3 semplici domande: chi è? Cosa ha fatto? Cosa mi lascia?

Da qui parto nel raccontare brevemente di Gianni Berengo Gardin.

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Chi è?

Gianni Berengo Gardin è un fotografo nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure (Genova) in una famiglia borghese del Nord. Della ricchezza di famiglia sembra un po’ dimenticarsi scegliendo per mantenersi lavori come il cameriere ed il bagnino e dirigendo il suo occhio fotografico verso la gente comune: gli emarginati, i lavoratori, i matti nei manicomi e gli zingari.

Insomma, come puoi vedere la scelta dei suoi soggetti non è proprio scontata, sembra quasi voler portare il suo occhio in una direzione culturalmente opposta a quella che ci si aspetterebbe dall’ambito di provenienza. Viste le sue origini comunque benestanti, personalmente mi sarei aspettato una sua evoluzione verso una fotografia puramente artistica ad esempio composta da immagini astratte simili alla pittura.

Lui no, ha deciso di raccontare, attraverso la sua lingua: la fotografia.

Cosa ha fatto?

La sua carriera inizia a Venezia negli anni ’50 quando cercando di fare il giornalista ha l’esigenza di immagini che accompagnino i suoi articoli. Inizia col frequentare il circolo fotoamatoriale La Gondola che fu poi anche culla di fotografi di come Fulvio Roiter e Mario De Biasi.

Anche qui Gardin sembra continuare la strada verso il “basso”. Avrebbe ben potuto cercare di scattare da autodidatta, invece manifesta la necessità e l’importanza di avere dei maestri e dei compagni.

La sua formazione però, come racconta lui stesso, ha un punto di svolta quando suo zio in America lo mette in contatto con Cornell Capa (non uno a caso). Capa gli fa avere alcuni alcuni libri di fotografia da cui capisce che la fotografia che vuole fare è quella dei grandi fotografi di Life o della Magnum.

Da qui in poi decide che la sua fotografia deve essere quella che racconta la società, non con gli occhi dell’artista ma con quelli dell’artigiano convinto che l’impegno sociale sia ancora un valore. Poi, per puro caso, facendo vedere alcune sue foto ad un conoscente in un bar, incontra un editore che lo introduce al fotogiornalismo.

In questo modo inizia una carriera lunga 60 anni, fatta di reportage per la carta patinata e dalla realizzazione di lavori personali con fini sociali (come i lavori sui manicomi). Non penso sia questo il luogo dove elencare le sue produzioni ma i numeri sono sicuramente interessanti: più di 200 mostre allestite in tutto il mondo e altrettanto numerose pubblicazioni (tutti i libri di Gianni Berengo Gardin su Amazon).

Nota interessante e soprattutto caratterizzante è che la sua intera produzione è stata realizzata in bianco e nero per una sua scelta stilistica personale. Quello che deve predominare è la forma rispetto al colore ed in questo il bianco e nero è a suo parere (anche il mio personale) più potente. Nota particolare invece è che la quasi interezza della sua produzione è legata al marchio Leica.

Cosa mi lascia?

E’ arrivato il momento di prendere in mano il suo lavoro. Considererò alcuni dei suoi scatti più rappresentativi per trarre alcuni importanti insegnamenti. Ovviamente, essendo il suo archivio molto esteso la scelta degli scatti non è stata semplice.

Attenzione: qui sotto non troverai le immagini ma solo i link che rimandano ad esse. Infatti, non abbiamo avuto il permesso da Contrasto, che detiene i diritti di pubblicazione delle opere di Gardin, ad incorporare le immagini. Per trarre il massimo da questa sezione dell’articolo ti conviene aprire l’immagine in un’altra scheda o finestra e osservarla mentre leggi.

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Questo è uno scatto fatto nel reportage commissionatogli da Basaglia per documentare lo stato dei manicomi italiani, nel quale Gardin riesce a esprimere l’impegno sociale che caratterizza molta della sua opera. Uno scatto davvero rappresentativo che ci ricorda tre cose:

1. la delicatezza necessaria da parte del fotografo nei confronti del soggetto. Come vedi, gli occhi non sono presenti in questo ritratto e questo solitamente sarebbe un “errore”, ma qui è un modo per evitare di rendere riconoscibile la persona che è in una situazione umiliante.

2. La potenza dello sguardo dei non-soggetti. Le persone dietro guardano il soggetto ed inevitabilmente anche noi facciamo lo stesso. Questi sguardi hanno un effetto rafforzativo dell’importanza del soggetto. A questo punto sorge anche un dubbio: qual è il vero soggetto?

3. Le mani che tengono la camicia di forza. Sono strette e tirano verso l’esterno. Importanti per simboleggiare la privazione della libertà.

http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2013/06/UTF-8Gianni-Berengo-Gardin-%C3%A2%E2%82%AC%E2%80%9C-Venezia-1960-%C3%A2%E2%82%AC%E2%80%9C-%C3%82%C2%A9-Gianni-Berengo-Gardin-_-Contrasto.jpg

Quest’altro scatto è sicuramente uno dei più famosi di Gardin ed il più rappresentativo dei suoi reportage su Venezia. Sicuramente esso ci ricorda che:

1. il vero soggetto può essere quello meno vistoso. E’ ovvio che tutti i piccioni che volano in piazza San Marco riempiendo per contrasto la piazza coperta dalla neve creano una “trama” confusa che porta lo sguardo da un piccione all’altro. Questo peregrinare porta però alla signora che corre nel centro della piazza, in movimento come i piccioni.

2. La contestualizzazione aiuta ad introdursi nella foto. Il colonnato in alto ci dice che è una piazza o una via e se poi lo si riconosce ci ricorda San Marco, aiutando ad immaginarci d’esser lì con Gardin durante lo scatto.

3. L’attesa paziente è un arma potente tanto quanto la tempestività. Aspettare il momento in cui ciò che si dispiega davanti ai nostri occhi incontra la nostra idea di foto è davvero fondamentale. Chissà quanto Gardin ha dovuto aspettare che i piccioni si alzassero (magari qualche calcio l’ha dato) e che ci fosse solo una persona in piazza. Probabilmente poi ha dovuto scattare una mini raffica per riuscire a non sovrapporre la donna e i piccioni.

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Questa è una foto scattata per documentare la vita delle comunità dei campi Rom italiani, ancora una volta con l’occhio verso l’impegno. Uno scatto davvero rappresentativo che ci ricorda che:

1. gli sguardi in macchina sono potenti. Solo la coppia giovane guarda in camera mentre tutti gli altri hanno gli occhi chiusi. Sono quindi loro il centro di interesse dello scatto, il nostro sguardo inevitabilmente cerca il loro.

2. La foto entra nella società. La disposizione delle persone in questa foto potrebbe essere costruita come non esserlo, ma è evidente come tutti sottostanno al padre o capo famiglia che viene messo appunto nella parte alta e come anche la madre sia una figura importante e vicina. Insomma questa è una famiglia Rom ma potrebbe essere una famiglia qualsiasi.

3. Le trame sono degli ottimi elementi di composizione. I protagonisti sono tutti sotto delle “coperte” che presentano una trama uniforme. Le persone spuntano dalle coperte e guadagnano massa visuale interrompendo la trama.

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Uno degli ultimi lavori e reportage presentati sia in mostra che in libro è quello sul mondo del riso e delle risaie della bassa padana. Vediamo cosa ci ricorda lo scatto:

1. la geometria è tutto. In questo scatto vediamo molte linee diagonali (che conferiscono dinamicità) e molte forme spigolose che danno un senso d’ordine. L’inclusione di punti di interesse come i gruppi d’alberi e alcune risaie non allagate aiutano a scoprire più lentamente la trama, obbligando ad un’attenta osservazione e riflessione sull’immagine.

2. I temi più vicini e quotidiani se approfonditi possono diventare delle grandi storie. Quante volte abbiamo mangiato del riso? Sicuramente tante, ma quanto ne sappiamo del lavoro che c’è dietro? Poco. In questo Gardin è maestro. Entrare nella quotidianità con la curiosità e camminando per le strade che ne raccontano la realtà.

Concludo questo articolo rendendomi conto che non ho di certo esaurito i molti insegnamenti che ci lascia la fotografia di Gardin. Spero di averti incuriosito e ispirato a studiare l’opera di Gardin per migliorare l’espressività del tuo linguaggio fotografico.

Infine, ti consiglio alcuni libri fondamentali per conoscere Berengo Gardin. Tra le 200 pubblicazioni a me sono state molto d’aiuto soprattutto le raccolte fotografiche, dove spesso è riportata un’intervista all’autore. Quale migliore fonte per conoscere l’autore se non le sue stesse parole!