Se ti interessi di fotografia da un po’, sicuramente avrai già letto e sentito parlare di questo argomento. In caso contrario, è sempre il momento giusto per approfondirlo.

Quando non si ha alcuna esperienza, è facile illudersi che zoomare (ovvero cambiare lunghezza focale), serva solo a ingrandire o rimpicciolire gli oggetti inquadrati.

Purtroppo questa è una delle convinzioni che spesso impediscono di avere reale controllo sulle nostre foto ed essere in grado di ottenere i risultati che vogliamo, risultati più simili a quelli dei professionisti.

Variare la lunghezza focale influenza molti aspetti di una foto. Il più evidente è sicuramente quello di variare la profondità di campo (e quindi la sfocatura avanti e dietro il soggetto).

Riguardo questo aspetto fondamentale della fotografia, abbiamo dedicato un articolo: “Come usare la lunghezza focale per diminuire la profondità di campo (e aumentare la sfocatura)”

La variazione della profondità di campo, però, non è l’unico aspetto legato alla variazione della lunghezza focale di un obiettivo.

Un altra delle ricadute dei più evidenti si ha sulla prospettiva (o l’effetto prospettico, ma la trovate indicata in altri modi). Generalmente, infatti, si dice che una lunghezza focale corta, grandangolare, esageri l’effetto prospettico mentre le lunghezze tele lo riducano.

Ciò, ad esempio, viene tenuto molto in considerazione nella fotografia di ritratto. Infatti per questo tipo di fotografia le lunghezze tele sono preferite, in quanto comprimono i tratti facciali, abbellendoli.

In questo articolo, vediamo in che modo cambiare lunghezza focale influisce sulla prospettiva.

Come la lunghezza focale cambia la prospettiva

In parole povere, la prospettiva è la proiezione su un piano (quindi in due dimensioni) di un oggetto tridimensionale, come lo vediamo nella realtà. Probabilmente l’abbiamo sperimentata tutti a scuola, nelle ore di disegno, quando tracciavamo un punto di fuga verso cui far convergere le linee tra loro parallele.

Nella prospettiva, le linee parallele all’osservatore rimangono parallele anche tra loro. Le linee incidenti invece convergono verso uno o più punti di fuga. Scattando una foto si verificano proprio questi fenomeni, in quanto proiettiamo su una superficie bidimensionale (il sensore e quindi l’immagine) la realtà tridimensionale.

In fotografia, si dice generalmente che le lunghezze focali più basse amplifichino la prospettiva e quindi dilatino gli spazi, mentre quelle più alte comprimano la prospettiva, riducendo anche gli spazi, ovvero avvicinando tra loro gli oggetti.

Questo effetto si apprezza quando la grandezza del soggetto in primo piano viene mantenuta costante nell’inquadratura. In altre parole, quando il soggetto occupa una porzione costante dell’inquadratura, man mano che si cambia lunghezza focale.

Per dimostrare questo, ho scattato alcune foto, cercando di mantenere costanti le dimensioni del soggetto in primo piano e la composizione fissa, cambiando però di volta in volta la lunghezza focale.

Ovviamente, per fare ciò, ho dovuto man mano allontanarmi dal soggetto. L’apertura, in tutti gli scatti, è rimasta allo stesso valore.

18mm

35mm

52mm

75mm

105mm

Tra le foto ci sono alcune minime differenze dovute al mio riposizionamento, ma non sono influenti in questo caso. La terza foto avrebbe dovuto essere a 50mm, ma non sono stato precisissimo nel ruotare la ghiera sul barilotto. Comunque ciò non costituisce un problema, ho solo voluto chiarire.

La ripetizione delle viti sullo sfondo funge da ottimo esempio per evidenziare la variazione nella prospettiva. Il soggetto la cui dimensione ho cercato di mantenere costante è il tronco sul terzo sinistro della foto.

Fai attenzione allo spazio tra i filari, man mano che si allontanano verso lo sfondo:

  • a 18mm lo spazio è molto ampio, le viti sembrano molto rade ed inoltre sembrano estendersi all’infinito,
  • a 35mm lo spazio già si riduce (d’altronde l’ingrandimento rispetto a 18mm è già doppio),
  • man mano che si aumenta lunghezza focale, le viti sembrano sempre più ravvicinate, fino a sembrare quasi schiacciate.

L’effetto di “schiacciatura” è detto compressione.

Morale della favola

L’insegnamento più utile che devi trarre da queste osservazioni è che i teleobiettivi servono a comprimere la prospettiva, mentre i grandangolari la dilatano (e i fisheye la amplificano all’ennesima potenza!).

In base a questo concetto, la prossima volta che scegli una lunghezza focale (e quindi un obiettivo, se usi una reflex) non considerare solamente quanto questa possa ingrandire o rimpicciolire il soggetto principale, ma anche quanto questa comprima o dilati gli spazi.

Comprimendo darai l’impressione di essere più dentro la scena e rinforzerai l’effetto delle ripetizioni, rendendole più dense. Dilatando invece darai più aria alla foto, creando un senso di ampiezza e respiro.

Inoltre, fotografando soggetti di grandi dimensioni, come i grattacieli, a lunghezze grandangolari, si amplifica la loro imponenza.

Imparare questi concetti, grazie agli ebook di David DuChemin (di cui ho recensito i primi due), è stato per me rivelatorio. Da allora ho scoperto quanto mi piacesse esagerare le prospettiva piazzandomi vicinissimo a un soggetto e impostando l’obiettivo a 18mm.

E ho anche impiegato sempre più spesso lunghezze focali elevate, oltre i 150mm, per proiettare gli osservatori delle mie foto dentro la scena o dare forza alle ripetizioni (come ad esempio ai profili delle auto parcheggiate), comprimendole.

Un ultimo appunto riguarda la correttezza di queste osservazioni. Esse valgono solo mantenendo costanti le dimensioni del soggetto in primo piano. Approfondiremo questo concetto in un prossimo articolo, per non perderlo, iscriviti alla mailing list, inserendo il tuo nome nell’apposito spazio in cima alla pagina.

Immagine di copertina