shipyard 219 (1)

Siamo nel vecchio carrozzone da circo che uso da due anni come sala di posa itinerante: posizionato in una piazza centrale serve da studio per ritrarre chiunque volesse partecipare al progetto. La città è La Spezia, da cui poi parto per Trento, Genova, Cagliari, Sassari e altri centri minori. Nell’arco di vari mesi costruisco un archivio di oltre diecimila persone.

Di questo ritratto mi ricordo ogni particolare. E‘ il pomeriggio tardo di un autunno appena accennato. Non c’è luce artificiale, lo studiolo ambulante riceve una bella luce diffusa dalla porticina laterale. L’interno dipinto di bianco contribuisce ad ammorbidire l’illuminazione. Unica scenografia è la poltrona.

Il ragazzino sale con il nonno, gelato in mano da bravo nipote. Si fanno una foto insieme, lui seduto quasi come è ora, il nonno sul bracciolo della poltrona. Lo sguardo del ragazzino è molto intenso, è timido e un po’ forzato dal vecchio. Temporeggio, faccio due chiacchiere perchè possa terminare il gelato e quando vedo che siamo ormai a tiro, gli chiedo di farsi una foto da solo.

Il nonno è contento: quando il nipote si sistema meglio sulla poltrona lo invita a tirarsi su e sorridere. Intervengo prendendo “le difese” del ragazzo e spiego al nonno che nulla è peggio in un ritratto del sorriso forzato a comando. Parliamo ancora un attimo senza rivolgere la parola al ragazzo finchè capisco che, per noia o per rassegnazione, ha mollato le difese e si appoggia tranquillo allo schienale.

Ancora il nonno chiede “come deve mettersi, cosa deve fare”: rispondo di guardare semplicemente la macchina. Ed ecco quello che aspetto: incrocio due occhi da adulto che sembrano accondiscendere al gioco dei grandi, quelli “veri”.

Dal punto di vista tecnico non c’è molto da dire, uso la mia prima macchina digitale, senza la quale questo lavoro non avrebbe potuto esistere. Una focale equivalente ad un 28mm mi permette di avvicinarmi al soggetto senza esagerare con l’accelerazione della prospettiva.

Di postproduzione… neanche l’ombra, a parte la conversione in bianco e nero: incredibile a dirsi ma… scatto in jpeg. All’epoca non ero consapevole delle potenzialità del RAW, un file che si apre con difficoltà e solo con il software proprietario. Mi sembra quasi che ci sia solo lo svantaggio della pesantezza del file.

Amo la relazione che si crea, anche solo per un attimo, con il soggetto fotografato. Mi piace guardare negli occhi le persone, cosa che mi riesce più facilmente da dietro la macchina fotografica. Non sono un tipo estroverso: lo schermo del mirino, anziché separarmi dal soggetto, mi aiuta a creare un legame: quando tutto va per il meglio, il corto circuito segnala lo scatto efficace.

La testa leggermente inclinata e la serietà dello sguardo attraggono i miei occhi anche ad anni di distanza. Quando guardo questa foto mi convinco che il ridere in fotografia sia una difesa: interrompe la comunicazione soggetto-fotografo-osservatore.

Forse questa foto è falsa, questo ragazzino potrebbe non essere così malinconico come sembra. La fotografia crea una persona nuova , non la descrive. La figura del piccolo uomo, oggi sarà maggiorenne, non è lì a farsi riprendere ma è lui che osserva te che guardi la foto.

La magia è la sensazione di avere davanti una persona, non la sua raffigurazione. Sai che non è vero, ma è come se lo fosse: non si spiega perché, altrimenti, non riesci a fare a meno dell’immagine di chi ami.

La fotografia rende presenti le persone al di là del tempo. Questo sfasamento tra attualità e tempo passato produce la malinconia che spesso ti assale guardando vecchie foto.

Adori sfogliare i vecchi album di famiglia o li fuggi per non vedere il tempo che passa. Che rapporto hai con le tue vecchie foto?
Noti che molti usano foto di anni prima per presentarsi sui social network: cosa ne pensi?