Dall’autobus, alla fermata durante un temporale

Ieri sera, ad un corso sul racconto fotografico, favevo notare come un architetto, un musicista, uno scrittore ed un fotografo parlano di un comune denominatore nella loro opera, lo  stupore verso il mondo (si parla di persone con nomi e cognomi: Louis Kahn, Wynton MarsalisItalo CalvinoLuigi Ghirri … ma se ne potrebbero citare tantissimi altri) e di come questo generi la capacità di VEDERE, da cui nasce ogni arte.Uno dei partecipanti dichiara che ha questa capacità solo se è in viaggio in un luogo sconosciuto, “Perchè non siamo più capaci di vedere!” dico io.

La scelta della foto è la dimostrazione di quello che ci passa sotto gli occhi e non vediamo: una scena comunissima. Almeno per quelli che usano i mezzi pubblici: la “lentezza” è una necessità importantissima per educare lo sguardo… se guidi l’auto a 120 all’ora in centro difficilmente puoi concentrarti su quello che vedi dal finestrino (autovelox a parte!).

L’immagine fa parte di un reportage commissionato dalla locale Azienda trasporti.Tecnicamente si tratta di spezzare imbarazzo e diffidenza nel fotografare in un luogo pubblico, claustrofobico e con la fretta dovuta alla breve durata del viaggio e al continuo “ricambio” dei soggetti. La situazione è sempre molto stimolante ma aggravata dai pressanti problemi di privacy: risolti a volte “nascondendo” come in questo caso i volti delle persone, a volte cercando di parlare e presentarsi apertamente. Spesso, con un semplice dialogo, si risolvono mille problemi. In situazioni simili bisognerebbe far firmare una liberatoria ma in questo lavoro era una scelta impossibile.

Allora, contrariamente alle mie abitudini, mi presento nel modo più… vistoso possibile: giubbino con le tasche e due macchine ben visibili a tracolla, non volevo dare l’impressione di scattare di nascosto per non creare diffidenza. Spesso in periferia l’autista (l’azienda aveva avvisato tutti) copre la stessa linea per giorni e conosce i passeggeri abituali, si formano microcomunità in cui, se sei presentato, è facile inserirsi. Con un po’ di esperienza e tempo a disposizione le persone si rilassano e ritornano a prendere i loro atteggiamenti abituali… e il fotografo scatta con la massima naturalezza.

Qui ero seduto e alla fermata mi si presenta la scena: avevo pronta la mia vecchia 350D (una delle prime Canon digitali dal prezzo abbordabile) con il Sigma 12-24mm ( fantastico ancora oggi!) impostato alla minima focale, tempo di scatto 1/13 con diaframma 5, il massimo che potevo permettermi per avere una minima profondità di campo nonostante impostazione ISO a 1600. Il vetro appannato creava questo schermo su cui si “disegnavano” le figure sotto la pensilina. Con un tempo di scatto a rischio ho aspettato che il mezzo si fermasse per scattare prima che ripartisse, attendendo che le persone fossero nell’atteggiamento più interessante.

Amo quest’immagine perché mette in contatto due mondi, dentro-fuori dal bus, e lo fa in modo faticoso per la presenza di questo schermo opaco: come il mio mondo interiore che si relaziona con l’esterno… con molte difficoltà. E mi ricorda che questa comunicazione avviene principalmente attraverso lo sguardo! Questa indefinitezza dei soggetti al di là del vetro lascia spazio a mille ipotesi sulla storia di queste persone: una di spalle, una ripiegata su sè stessa, una guarda malinconicamente verso il basso, chissà cosa stava pensando. Ricordi il film Sliding doors? Quante scelte-occasioni-cambiamenti possono accadere e cambiare il corso degli eventi: chissà se nella mia vita rincontrerò, ovviamente senza poterla riconoscere, una di queste persone?