Mitchell Kanashkevic è un fotografo documentarista dalla straordinaria sensibilità e dallo stile visivo riconoscibile ed efficace. Per imparare tutto del suo modo di lavorare, ti consiglio il suo ebook Immagini Potenti.

Fotografare le persone è una delle esperienze che mi dà più soddisfazioni in qualità di “travel photographer”. Scattare una foto spesso costituisce una buona scusa per fare nuove amicizie e dare una sbirciatina ad una cultura diversa dalla mia. Tuttavia ci sono posti, in giro per il mondo, dove le persone non gradiscono essere fotografate. Cosa si deve fare in posti posti come questi?

E’ difficile dire perché in alcune culture o regioni le persone non amino essere fotografate. Sapere esattamente perché potrebbe forse salvarci da un sacco di situazioni difficili, ma sembra che non ci sia semplicemente un’unica formula per rispondere a questa domanda.

Proprio ora, scrivendo dal Marocco, penso di essere giunto nel luogo che costituisce la sfida più grande per me, in qualità di “travel photographer”, una sfida resa ancora più difficile dal fatto che io non parlo la lingua locale. In ogni caso, anche se necessariamente non possiamo sapere perché la gente non ami essere fotografata, lasciatemi dire alcune cose che ritengo siano importanti per affrontare il problema.

Chiedere permesso?

Un suggerimento ovvio che molti fotografi e guide danno è chiedere permesso prima di fare una fotografia. Sarei perfettamente d’accordo con questa affermazione se dovessi fare un semplice ritratto, ma spesso fotografo scene di vita quotidiana, dove le persone sono solo componenti all’interno dell’inquadratura. Le immagini non hanno come soggetto le persone ma il momento o, a volte, i dintorni. Soggetti umani all’interno dell’inquadratura rendono la foto più convincente.

Non voglio dare avvio ad un dibattito, visto che non si tratta del tema di questo post. Sto soltanto condividendo con onestà le mie esperienze e ciò che faccio.

In alcuni casi io tengo presenti due approcci.

Se mi trovo su di una strada e l’attività si svolge di fronte a me, mi piace scegliere un posto e stare là, aspettando che gli elementi della foto (incluse le persone) vadano al loro posto. Mi rendo visibile. Non nascondo ciò che faccio.

Qualche volta, come è avvenuto non di rado nel mio ultimo viaggio in Marocco, le persone cominciano ad irritarsi, mostrano segni di “protesta” e si coprono il volto. Va bene: non saranno presenti nella foto. Non è necessario difendere o spiegare le mie intenzioni a ogni passante.

Loro hanno il diritto di agire come vogliono, ma anche io ho il diritto di fare una fotografia in uno spazio pubblico. Sorrido e continuo a fotografare. Chi non prova fastidio per ciò che faccio sarà incluso nella foto. La foto qui sopra è stata scattata con questa premessa in mente.

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Un altro approccio consiste nel fotografare una scena con una persona o più che non sono consapevoli del fatto che le stai fotografando.

Questo atteggiamento può costituire un dilemma morale per alcuni e, di nuovo, si tratta soltanto di un mio personale approccio. Ciò che faccio è mettermi in una posizione dalla quale non ci si aspetta che scatti una foto ma, allo stesso tempo, non mi nascondo. Se la persona mi vede e si lamenta con me o mi chiede di cancellare la foto, lo faccio.

Credo che corrisponda ad un buon karma rispettare il volere altrui in queste circostanze. Nel caso della foto qui sopra, l’uomo mi notò dopo che avevo scattato la foto, ma era troppo impegnato a lavorare per interessarsi ad altro.

Pagare o non pagare?

Spesso nei luoghi dove è più difficile scattare fotografie, le persone chiedono dei soldi in cambio della foto che gli faccio.

Per un lungo periodo sono stato categoricamente contrario a questa prassi. Ero solito fare foto-documentario, credendo di stare facendo qualcosa di veramente buono: creavo una registrazione visiva di culture e tradizioni che stavano scomparendo, affinchè le nuove generazioni potessero vederle. Molti dei miei soggetti erano d’accordo con il fatto che stessi facendo qualcosa degno di nota, mi lasciavano entrare nelle loro vite, dandomi pieno accesso.

Comunque, ciò che ho realizzato negli anni è che ad alcune persone non può interessare meno che io le fotografi. In questi casi, la foto interessa a me, non a loro. Loro pensano – Come faccio a fare in modo che questo tizio se ne vada? Sono opportunisti e in un certo senso, lo sono anche io quando penso – Quale grande opportunità fotografica rappresentano queste persone.

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Non mi sento ancora a mio agio a pagare per scattare una foto, non tutte le persone che verranno dopo di me saranno fotografi di viaggio professionisti e l’idea che tutto sia fatto per il consumo mi sembra piuttosto cinica.

Io cerco di entrare in situazioni nelle quali, se il pagamento è necessario, posso pagare la persona, ma non direttamente per la foto. Per esempio posso pagare per il mio pernottamento, per alcune prestazioni professionali o per qualsiasi cosa quella persona abbia da offrire.

La fotografia precedente è stata scattata nella Omo Valley, un posto dove è notoriamente difficile fotografare senza pagare. Noi (io e mia moglie) abbiamo pagato per stare presso una famiglia, avere alcune pietanze di prima necessità e le foto sono state incluse come “bonus”.

Prima di pagare dovresti chiedere a te stesso “Quanto vale per me la foto?” e “Quali conseguenze ci potrebbero essere per me in futuro?”.

Il turismo di massa spesso porta a sfinire gli abitanti locali 

Spesso il motivo per cui le persone in alcuni luoghi non gradiscono essere fotografate è semplicemente che ogni turista con una macchina fotografica vuole scattare qualche foto. Dovrebbe essere un comportamento completamente comprensibile, tuttavia ci sono Paesi, nella mia esperienza molti del sud-est asiatico, dove le persone non hanno alcun interesse o proprio non amano essere fotografate.

Personalmente io preferisco non fotografare persone in luoghi frequentati dal turismo di massa. Mi metto nei loro panni. Provare l’esperienza di essere tempestati da fastidiosi venditori che cercano di vendermi roba in ogni angolo in alcune grandi città turistiche non mi piace. Quindi posso accettare il fatto che ai potenziali soggetti delle mie foto non piaccia essere il bersaglio della curiosità di ogni straniero munito di macchina fotografica.

Clienti problematici

Alcune persone reagiscono in modo eccessivo per il fatto di essere state fotografate. Di nuovo, non c’è una singola ragione per cui questo accada.

Una volta mi è stato lanciato un frutto a Djibouti City, una donna mi ha minacciato con la sua freccia a Onkadeli, in India, ho visto un’altra donna lanciare un uovo ad una ragazza che cercava di fare una foto e, forse si tratta di una cosa un po’ buffa, ho visto un’anziana signora in una macelleria agitare contro di me un pezzo di carne come una mannaia. Ho detto che era buffo perché l’intera faccenda era una sciarada e non c’era malizia ma, cosa abbastanza importante, ho dovuto agire in modo appropriato. Ho riso di fronte alla minaccia, una cosa come dire –Eccomi nonna, guarda che figura! Mi hai preso! – Le persone presenti hanno riso e presto anche lei è scoppiata a ridere e mi ha lasciato scattare la foto.

La cosa principale da ricordare quando le persone reagiscono in modo eccessivo è che, per prima cosa, tu non stai commettendo nessun orribile crimine. Non essere intimidito. Inoltre, non rispondere a rabbia e frustrazione. In fin dei conti, tu sei l’estraneo ed è più probabile che sia tu e non loro ad aver commesso un errore.

Il mio personale approccio è di giocare il ruolo dello straniero un po’ impacciato. Se qualcuno si mostra veramente infastidito, sorrido, chiedo scusa e a volte offro una stretta di mano. Persino le situazioni più tese possono essere risolte con l’approccio del “sorridi e il mondo ti sorriderà” e con un atteggiamento positivo.

Educa culturalmente te stesso 

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Ci sono momenti terribili che non possono essere evitati e poi ci sono quelli che possono essere evitati con alcune conoscenze di cultura generale.

Per esempio, in un paese fortemente conservatore, una donna potrebbe non reagire in modo educato se tu sei un uomo e ti stai avvicinando per fotografarla senza la presenza di suo marito. Altri esempi sono molto più complessi. Scattare la foto qui sopra fu sorprendemente difficile, in parte perché il soggetto era imbarazzato a guidare nel deserto due stranieri, un uomo e una donna (io e mia moglie). Lui non voleva avere persone con cui parlare così, affiché si sentisse a suo agio assieme a noi, ci fece passare un po’ di tempo con gli anziani del villaggio per valutare se eravamo persone “ok” oppure no.

Guide

In un mondo ideale, le guide sono il ponte tra te e la cultura che vuoi fotografare. Mentre questo è vero nella maggior parte dei casi, in realtà, molte guide che ho pagato sono state di limitata utilità ed erano più interessate a fare soldi e prendere scorciatoie che guidarmi al mio obiettivo.

Per questa ragione io mi informo il più possibile per avere raccomandazioni e, ogni qual volta è possibile, preferisco essere accompagnato dai locali, che sono persone normali, con una mentalità vicina alla mia, piuttosto che dalle guide professioniste. Solitamente si tratta di persone giovani che vogliono viaggiare, vedere il loro Paese e interagire con inusuali stranieri.

Conclusione

In fin dei conti, fotografare persone in paesi stranieri dovrebbe essere un’esperienza positiva per entrambi, tu e la persona che viene fotografata. Dobbiamo trovare la soglia entro cui vale la pena fare la foto. Se le cose non vanno come speri, quanti problemi sei disposto a sopportare e quanto vuoi disturbare le persone per fare una fotografia? Si tratta di una domanda aperta, la risposta alla quale dipende da molte variabili, ma penso sia una domanda che ogni fotografo che intende fotografare altre persone dovrebbe porsi.

Per imparare a fotografare come Mitchell Kanaskevich, creando foto di grande impatto, ti consiglio l’ebook Immagini Potenti. Ci trovi i dietro le quinte di 15 sue bellissime foto spiegate per filo e per segno, dall’idea alla post-produzione. Sarà come leggere nella sua mente.

Articolo di Mitchell Kanashkevich, liberamente tradotto dall’originale: Challenges with photographing people 3

Immagine di copertina